Tully, ultima pellicola di Jason Reitman presentata al Sundance Film Festival di quest’anno, è arrivato nelle sale italiane il 28 giugno.
Tully: sinossi

Tully: le nostre impressioni
Il film di Reitman corre su due binari intrecciati e ben riconoscibili: da un lato, la maternità e tutto ciò che in termini di impegni quotidiani essa comporta; dall’altro, come tema di supporto strettamente connesso, l’accettazione e la trasformazione del corpo successiva alla gravidanza. Quello di Marlo è uno di quei personaggi nei quali è facile immedesimarsi, complice un soggetto ed una sceneggiatura abbastanza tendenziosa. Ha un marito fagocitato dal lavoro e dai suoi videogiochi, due figli piccoli con le rispettive esigenze, ed infine pure una neonata, che non fa che aggiungere stress ad una vita già colma di incombenze. Marlo mostra in tutta la sua cruda essenza la maternità al di là di ogni facile sentimentalismo. I pianti continui della neonata, Mia, condensano sul piano sonoro il logorio dell’essere madre.

Il soggetto e la sceneggiatura di Diablo Cody sviluppano in maniera abbastanza didascalica trama e personaggi, che in un’opposizione sistematica ed automatica rispecchiano il gioco del tempo che fu (per Marlo) e che, probabilmente, sarà (per Tully). Questo continuo rimando tra i due personaggi crea una prevedibile complicità tra le donne, in un rapporto nel quale l’una e l’altra si alternano nel ruolo di coadiuvante. All’inizio è la giovane tata a prendersi cura della madre sfiancata, consentendole di riappropriarsi dei suoi tempi e di riacquistare anche una certa attrattiva sessuale nei confronti del marito, perché, come sostiene Tully, per prendersi cura della neonata è necessario prendersi cura del tutto, madre compresa. Nella seconda parte del film, invece, è più Marlo a curare gli inevitabili turbamenti della ventiseienne, diventando una sorta di saggia consigliera.
In Tully, è la figura paterna ad uscirne più che malconcia. Sebbene a tratti un po’ troppo caricaturale, il marito di Marlo è un padre che sconta una colpa ben più grave della semplice assenza. È la distrazione il suo peccato capitale, è l’inconsapevole ed involontaria distanza, la letterale cecità nei riguardi del disagio della moglie. Immerso nei videogiochi e incapace di essere assertivo, le sue negligenze rendono ancor più gravi le sue mancanze, come avremo modo di scoprire nel sorprendente finale del film.

Il film di Reitman tiene viva l’attenzione dello spettatore con un montaggio in grado di trasmettere la ripetitività della routine materna, anche se la scelta reiterata di utilizzare la camera a mano a volte sembra un esercizio di stile fine a sé stesso. Tully, che procede tutto sommato senza incespicare, svela tutte le sue carenze proprio nella parte conclusiva, quando un poco credibile colpo di scena svela la vera natura del rapporto tra la tata e la madre. Lasciando gli spettatori con più di qualche perplessità.
Tully
valutazione globale - 5.5
5.5
Il logorio della maternità a tratti poco credibile
Tully: un giudizio in sintesi

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