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Tully Charlize Theron

Tully – la recensione del nuovo film di Jason Reitman

Tully, ultima pellicola di Jason Reitman presentata al Sundance Film Festival di quest’anno, è arrivato nelle sale italiane il 28 giugno.

Tully: sinossi

TullyMarlo (Charlize Theron) è una madre totalmente assorbita dalla famiglia e dai suoi due figli, in particolare dal piccolo Jonah, il cui carattere “speciale” non gli consente di essere accettato a scuola. L’arrivo del terzo figlio ha effetti devastanti sulla vita di Marlo, che comincia ad essere scandita da un’estenuante routine: svegliarsi nel cuore della notte, allattare, scaldare biberon, cambiare i pannolini, preparare pasti per il resto della famiglia e poi ricominciare. Esausta, Marlo decide di rivolgersi ad una tata notturna, Tully (Mackenzie Davis), che in pochissimi giorni le consente di regolare i suoi ritmi e di dedicarsi anche un po’ a sé stessa. Tra le due donne si sviluppa una sincera amicizia, dagli esiti, tuttavia, inaspettati.

Tully: le nostre impressioni

Il film di Reitman corre su due binari intrecciati e ben riconoscibili: da un lato, la maternità e tutto ciò che in termini di impegni quotidiani essa comporta; dall’altro, come tema di supporto strettamente connesso, l’accettazione e la trasformazione del corpo successiva alla gravidanza. Quello di Marlo è uno di quei personaggi nei quali è facile immedesimarsi, complice un soggetto ed una sceneggiatura abbastanza tendenziosa. Ha un marito fagocitato dal lavoro e dai suoi videogiochi, due figli piccoli con le rispettive esigenze, ed infine pure una neonata, che non fa che aggiungere stress ad una vita già colma di incombenze. Marlo mostra in tutta la sua cruda essenza la maternità al di là di ogni facile sentimentalismo. I pianti continui della neonata, Mia, condensano sul piano sonoro il logorio dell’essere madre.

TullyReitman sceglie di indugiare a più riprese sul rapporto che Marlo instaura col proprio corpo, trasformato dalla terza gravidanza. Non fatichiamo a credere che una donna che vede il suo corpo trasformarsi drasticamente, e che non si percepisce più come un tempo, attraversi una fase abbastanza traumatica. È così che il giovane personaggio di Tully assume, per contrasto, il suo spessore: lei è esattamente tutto ciò che Marlo è stata e che ora non è più; conduce quella vita spensierata, ricca di amori diversi giorno dopo giorno e un po’ sregolata che Marlo non può più condurre. Il corpo, il tempo e le situazioni delle due donne non smettono di riflettersi l’una sull’altra, di rincorrersi, senza (quasi) mai incontrarsi.

Il soggetto e la sceneggiatura di Diablo Cody sviluppano in maniera abbastanza didascalica trama e personaggi, che in un’opposizione sistematica ed automatica rispecchiano il gioco del tempo che fu (per Marlo) e che, probabilmente, sarà (per Tully). Questo continuo rimando tra i due personaggi crea una prevedibile complicità tra le donne, in un rapporto nel quale l’una e l’altra si alternano nel ruolo di coadiuvante. All’inizio è la giovane tata a prendersi cura della madre sfiancata, consentendole di riappropriarsi dei suoi tempi e di riacquistare anche una certa attrattiva sessuale nei confronti del marito, perché, come sostiene Tully, per prendersi cura della neonata è necessario prendersi cura del tutto, madre compresa. Nella seconda parte del film, invece, è più Marlo a curare gli inevitabili turbamenti della ventiseienne, diventando una sorta di saggia consigliera.

In Tully, è la figura paterna ad uscirne più che malconcia. Sebbene a tratti un po’ troppo caricaturale, il marito di Marlo è un padre che sconta una colpa ben più grave della semplice assenza. È la distrazione il suo peccato capitale, è l’inconsapevole ed involontaria distanza, la letterale cecità nei riguardi del disagio della moglie. Immerso nei videogiochi e incapace di essere assertivo, le sue negligenze rendono ancor più gravi le sue mancanze, come avremo modo di scoprire nel sorprendente finale del film.

TullyCharlize Theron, ingrassata di oltre venti chili, fornisce un’interpretazione più che convincente. Il suo trasformismo fisico, che già avevamo notato in Monster, consente all’attrice sudafricana di catturare gran parte dell’attenzione dello spettatore, che non può non essere colpito dalle sue occhiaie, dalla sua espressione, specchio dello sfinimento fisico e mentale, e da una silhouette incredibile nel senso più puro del termine: la Theron incarna perfettamente il personaggio.

Il film di Reitman tiene viva l’attenzione dello spettatore con un montaggio in grado di trasmettere la ripetitività della routine materna, anche se la scelta reiterata di utilizzare la camera a mano a volte sembra un esercizio di stile fine a sé stesso. Tully, che procede tutto sommato senza incespicare, svela tutte le sue carenze proprio nella parte conclusiva, quando un poco credibile colpo di scena svela la vera natura del rapporto tra la tata e la madre. Lasciando gli spettatori con più di qualche perplessità.

Tully

valutazione globale - 5.5

5.5

Il logorio della maternità a tratti poco credibile

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Tully: un giudizio in sintesi

TullyCon Tully, Jason Reitman guarda da vicino alla maternità ed al logorio che essa comporta sulla vita di una madre poco aiutata dal marito e oberata di incombenze quotidiane. La trasformazione fisica di Charlize Theron, ingrassata e terribilmente invecchiata, è la nota più positiva di un film che fa riflettere sul tempo che passa, sul ruolo della madre (prima ancora che della donna) in famiglia e sulla complicità tra due protagoniste che sembrano l’uno lo specchio dell’altra. I personaggi, pur con qualche pecca, riflettono una dinamica familiare ormai nota ma un po’ macchiettistica, soprattutto per quanto concerne la figura paterna. Sbalorditiva, anche se non necessariamente in senso positivo, la parte conclusiva del film.

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About Vito Piazza

Tutto inizia con Jurassic Park, e il sogno di un bambino di voler "fare i film", senza sapere nemmeno cosa significasse. Col tempo la passione diventa patologica, colpa prevalentemente di Kubrick, Lynch, Haneke, Von Trier e decine di altri. E con la consapevolezza incrollabile che, come diceva il maestro: "Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato".

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