Prosegue con successo la tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Come in altri anni, tra le tematiche più presenti nei film selezionati vi è il razzismo e le discriminazioni verso le persone di colore, in questo periodo tema caldo nel nostro paese. Quest’anno, oltre al ritorno di Barry Jenkins con il suo If Beale Street Could Talk, è stato presentato anche The Hate U Give, film di George Tillman Jr., regista del biopic su Notorious, basato sull’omonimo libro di Angie Thomas.
The Hate U Give: sinossi

The Hate U Give: le nostre impressioni

A differenza di If Beale Street Could Talk, in cui lo stile e l’arte si prestano totalmente a quanto espresso dal regista, in The Hate U Give ciò che percepisce lo spettatore è una denuncia quasi documentaristica e che porta a tralasciare completamente tutto il resto. La resa sembra quella di una lunga pubblicità progresso. Anche il plot e la costruzione dei personaggi non brillano, rendendo il tutto il più lineare e consuetudinario possibile.
Nonostante ciò, va comunque riconosciuto al regista Tillman Jr. la volontà di rendere il film così universale e così semplice e di facile comprensione, quasi come a porsi come un manifesto per le nuove generazioni contro questo male sociale che è la discriminazione, che è il razzismo.

The Hate U Give
valutazione globale - 6.5
6.5
Semplice artisticamente, a servizio di un grande messaggio
The Hate U Give: curiosità dal Festival
Il regista George Tillman Jr. in conferenza stampa ha raccontato quanto la storia di Starr si avvicini in realtà al suo vissuto e alla sua esperienza personale.
Anche io come Starr vengo dalla periferia. Mi ricordo che agli inizi degli anni ’70 mio padre, un operaio, un giorno venne improvvisamente licenziato e, negli stessi giorni, nel nostro quartiere un ragazzo fu ucciso. Mio padre disse che quello sarebbe stato un Natale particolarmente difficile, con meno regali e quell’atmosfera così pesante, ma di fatto tutti nella nostra comunità volevamo continuare ad essere felici insieme. Noi afroamericani – ha proseguito il regista – spesso dobbiamo muoverci tra due codici: il passaggio dalla nostra comunità a quella dei bianchi somiglia sempre ad un viaggio verso qualcosa di lontano, una cosa che ho passato anche io e che vi volevo assolutamente raccontare.
La descrizione della comunità afroamericana è ciò che lo ha colpito sin da subito del libro di Angie Thomas, scoperto nel 2016.
Era il gennaio del 2016, quando lavoravo a uno show tv per la Marvel, Luke Cage, che ho letto il libro, prima ancora che fosse pubblicato. Mi sono reso conto che la storia mi toccava davvero e ho telefonato subito all’autrice, Angie Thomas. Una delle cose a cui mi sono sentito più vicino è l’idea dell’identità.
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Anche io come Starr vengo dalla periferia. Mi ricordo che agli inizi degli anni ’70 mio padre, un operaio, un giorno venne improvvisamente licenziato e, negli stessi giorni, nel nostro quartiere un ragazzo fu ucciso. Mio padre disse che quello sarebbe stato un Natale particolarmente difficile, con meno regali e quell’atmosfera così pesante, ma di fatto tutti nella nostra comunità volevamo continuare ad essere felici insieme. Noi afroamericani – ha proseguito il regista – spesso dobbiamo muoverci tra due codici: il passaggio dalla nostra comunità a quella dei bianchi somiglia sempre ad un viaggio verso qualcosa di lontano, una cosa che ho passato anche io e che vi volevo assolutamente raccontare.