Dunkirk, La trama
Dopo il salto nel futuro di Interstellar (2014), il regista londinese torna indietro nel tempo e sceglie come soggetto l’evacuazione delle truppe inglesi dalla cittadina francese di Dunkerque durante l’inarrestabile avanzata tedesca del 1940. 
1) l’odissea di Tommy (Fionn Whitehead), soldato semplice, nella spiaggia del borgo francese, dove migliaia di commilitoni, radunati in composti drappelli, aspettano rassegnati i soccorsi dal mare e guardano con terrore al cielo da dove piombano senza sosta le bombe degli Stuka tedeschi;
2) l’eroica mobilitazione della piccola barca capitanata da Mr. Dawson (Mark Rylance), una delle tante imbarcazioni civili che, ottemperando ai comandi della marina inglese, fanno vela per Dunkerque per prestare soccorso ai compatrioti;
3) le vicissitudini del pilota di un caccia Spitfire (Tom Hardy) che sorvola lo stretto della Manica per neutralizzare i bombardieri nemici e proteggere le navi ausiliarie inglesi.
Dunkirk il nostro approfondimento
Dunkirk, il nuovo film di Christopher Nolan, è approdato nei cinema accompagnato dai trionfali peani della critica anglosassone: il “film dell’anno”, un “capolavoro impressionista”, già “pietra miliare” del genere bellico-psicologico. Con maggiore prudenza, evitando ogni eccesso di retorica, possiamo parlare di un film di buona fattura, suggestivo sul piano sensoriale e godibile dal punto di vista narrativo. Né di più né di meno.
Come è tipico dello stile di Nolan, l’incastro delle linee spazio-temporali volge con studiato montaggio – tramite un gioco di anticipazione e di retromarcia – verso la convergenza: in questo indubbiamente il regista di Memento e Interstellar si può considerare ormai un veterano.
L’estetica di Dunkirk
Il punto di forza del film, diversamente che in altre pellicole nolaniane, sta più nell’approccio immaginifico che nel funambolismo della trama, qui volutamente minimale: 
L’anti-Soldato Ryan
Lo stile realistico, quasi documentaristico, ricorda alcune intuizioni registiche di Salvate il soldato Ryan (1998) di Steven Spielberg; tuttavia, in aperta contrapposizione al film di Spielberg, con Dunkirk Nolan non insiste troppo nel marcare l’importanza del singolo uomo, piuttosto accentua la dimensione corale, collettiva, dell’esercito inglese. Se nel film di Spielberg gli Stati Uniti mandano un gruppo di soldati a salvare un solo uomo (storia da leggere all’insegna del culto dell’individuo che è tipico della mentalità americana), in Dunkirk il Regno Unito mobilita ogni sua forza, per quanto piccola, per recuperare la totalità del suo esercito.
Non solo: Soldato Ryan iniziava con la violenta liberazione delle spiagge francesi da parte degli alleati; Dunkirk racconta proprio l’abbandono di quelle spiagge da parte di un gruppo di disperati in fuga dalla guerra. Qui non c’è più spazio per la psicologia del singolo: lo stesso protagonista, Tommy, è un soldato qualunque (e “Tommy” era proprio il nomignolo utilizzato per designare i giovani soldati inglesi), privo di individualità, privo di particolare profondità. Interscambiabile con un qualsiasi altro soldato.
L’ossessione per il tempo
Guardando Dunkirk, si ha l’impressione che Nolan abbia sistematicamente ricercato qualsiasi stratagemma narrativo per giocare ancora una volta sulla nozione di tempo.
Dunkirk, tiriamo le somme
In conclusione Dunkirk non è, per chi scrive, un capolavoro, né tanto meno il capolavoro di Nolan (niente a che vedere con la genuinità di scrittura e regia che è Memento), e tuttavia è un film di guerra che al cinema risulta del tutto godibile. Soprattutto, al contrario del resto della filmografia di Nolan, non dura troppo: questa volta – con buona pace del regista inglese – risparmierete del tempo.
In attesa di vederlo al cinema vi consigliamo di vedere il trailer.
L'anti-Soldato Ryanvalutazione globale
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