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L'uomo che uccise don Chisciotte

L’uomo che uccise Don Chisciotte: la recensione dell’ultimo film di Terry Gilliam

L’uomo che uccise Don Chisciotte è il titolo dell’ultimo film di Terry Gilliam, finalmente nei cinema dopo una lunghissima gestazione. Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes, il film ha come protagonisti Adam Driver, Jonathan Pryce, Stellan Skarsgård e Olga Kurylenko.

L’uomo che uccise Don Chisciotte: la sinossi

l'uomo che uccise don chisciotteToby (Driver) è un regista di spot televisivi. Cinico e disincantato, si trova in Spagna per le riprese di un adattamento dal celeberrimo libro di Cervantes. L’incontro con un misterioso gitano, che fa arrivare nelle sue mani la copia di un suo film giovanile basato sul medesimo tema, gli dà l’occasione per ritornare nel villaggio che aveva ospitato le riprese. È qui che Toby incontra un anziano calzolaio (Pryce), che è convinto di essere il vero Don Chisciotte e che tratta Toby come se fosse il suo fido scudiero, Sancho Panza. I due, improvvisamente, si troveranno catapultati in una serie di avventure ai limiti dell’incredibile.

L’uomo che uccise Don Chisciotte: le nostre impressioni

Scrivere de L’uomo che uccise Don Chisciotte significa fare i conti con un’opera che sta a cuore come poche altre al regista di Minneapolis. Basti considerare, ad esempio, che la prima fase di pre-produzione risale nientemeno che al 1998, e che Gilliam, tra impegni vari, cancellazioni, e persino un’alluvione che distrusse il primo set nel 2000, si è trovato a cambiare tutto il cast originario. Nonostante tutto, dopo oltre vent’anni, il regista ha trovato il modo di finire quello che per lui è sempre stato un film urgente, personale e necessario, inseguito con tenacia invidiabile.

l'uomo che uccise don chisciotteCapita, tuttavia, di dover ammettere che gli inevitabili problemi legati alla produzione di un film siano già indici di qualche vizio di forma, o comunque di qualche falla che finisce per ripercuotersi nel risultato finale. L’uomo che uccise Don Chisciotte è essenzialmente questo: un tentativo quasi eroico, ma al tempo tesso alquanto confusionario, raffazzonato, quasi strampalato, esattamente come le imprese del protagonista del libro di Cervantes. Lo scorrere del tempo influisce su ogni cosa, e nemmeno il più sincero dei film è esente da questa legge inflessibile.

Ancor più che in altri film di Gilliam, risulta qui abbastanza difficile definire con precisione di che cosa parli la pellicola. Sarebbe fin troppo facile, e forse anche riduttivo, parlare di un semplice adattamento dell’omonimo romanzo. Più in linea con la poetica di Gilliam, è corretto ravvisare in L’uomo che uccise Don Chisciotte una personalissima rielaborazione emotiva, un pretesto per parlare d’altro. Cioè, un tentativo di mettere in scena l’animo dello stesso Gilliam, la sua personalità, le sue convinzioni e la sua indole. Non a caso, il film si muove sempre sul sottilissimo e labilissimo confine tra mondi (diegetici e non): tra la finzione del film e la realtà; tra l’illusorietà del sogno e la fattualità del reale; tra presente e passato; tra identità mescolate e rimescolate di continuo. Un film in cui tutto accade senza una benché minima traccia di logica, e nel quale la poetica di Gilliam prende presto il sopravento su una narrazione spesso pasticciata e su delle tematiche abbozzate e mai sviscerate. L’uomo che uccise Don Chisciotte è letteralmente una poetica dell’eccesso, in cui la creazione si fa troppo artificiosa e sovraccarica, appesantendo oltremisura ogni scena e lasciando il creatore vittima dei suoi stessi stilemi.

l'uomo che uccise don chisciotteLo spettatore affezionato non ha alcun problema a muoversi tra le fluide realtà concepite dal regista, che mescola amore, sogno, illusione e riflessione metacinematografica in un tutt’uno poco armonico. C’è la lotta contro nemici misteriosi e dall’identità mutevole; c’è l’immancabile “bella” da salvare; c’è la consapevole riflessione di un autore che fa i conti con ciò che filma e che crea, generando – in sé stesso, ma anche negli altri – aspettative e speranze spesso disattese. Ma anche volendo accordare al regista una certa benevolenza, ravvisando nel cavaliere errante che combatte contro i mulini a vento l’esatta trasposizione di un uomo (lo stesso Gilliam?) costretto a barcamenarsi tra mille impedimenti, sospeso tra i suoi stessi sogni, stralunato e comunque a dispetto di tutto “sognatore”, dobbiamo registrare con amarezza che il risultato è al di sotto delle aspettative. Aspettative che del resto il progetto aveva incolpevolmente suscitato, data la lunghissima gestazione. La pochezza tematica del film, la sua sostanziale inconsistenza, rende proibitivo ogni tentativo di individuazione dei nuclei narrativi, che si accatastano gli uni sugli altri rendendo complicata ogni spiegazione. La pellicola non aggiunge nulla di nuovo alla visione di Gilliam, che torna con forza a sottolineare quanto il sogno e l’illusione siano parti integranti della vita stessa, e, come quest’ultima, continuano eternamente a rinnovarsi e confermarsi,

A cavallo tra realtà e sogno, tra un film in fieri e dei protagonisti che vengono via via risucchiati dalla stessa finzione che creano, L’uomo che uccise Don Chisciotte non tradisce sul piano della scenografia, ora magniloquente ed eccessiva, ora scarna e povera. In questo Gilliam ha pochi eguali, e l’occhio dello spettatore ne esce rinfrancato. Anche la fotografia, all’insegna dell’eccesso e dell’occhio visionario del regista, va presa per ciò che è: una manifesta sovrabbondanza, adatta agli amanti del genere. In mezzo a tanto sfarzo, le prove degli attori risultano giudicabili solo a metà. Adam Driver è appena sufficiente nel ruolo del regista cinico e ormai “sconfitto”: la sua mimica e le sue espressioni si adattano con immensa fatica al personaggio. Discorso diverso per Jonathan Pryce, la cui gestualità ricalca con commovente tenerezza un uomo (forse) prigioniero del proprio sogno, rinchiuso in un corpo che non è certo quello di un aitante cavaliere ma che, dopotutto, non si arrende all’illusorietà della sua impresa. Uniti a movenze gentili, sono gli occhi di Pryce, soprattutto, a manifestare una sorta di candida innocenza e un vero e proprio modo di stare al mondo. Mai domo eppure, romanticamente, mai reale, anche se destinato ad una sconfitta solo momentanea.

L'uomo che uccise Don Chisciotte

valutazione globale - 5

5

Raffazzonato

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L’uomo che uccise Don Chisciotte: giudizio in sintesi

l'uomo che uccise don chisciotteDopo oltre vent’anni, Gilliam dirige uno dei film ai quali ha sempre detto di tenere in modo particolare. L’uomo che uccise Don Chisciotte, tuttavia, è un film carente sotto molti punti di vista, raffazzonato e confusionario. Seguendo vari spunti narrativi, la pellicola tenta di fondere in un tutt’uno l’amore, la riflessione meta-cinematografica ed il sogno in relazione alla realtà fattuale della vita dei protagonisti, ma alla fine riesce solo a produrre confusione e spaesamento. Più ancora che in altri suoi film, Terry Gilliam risulta alla fine vittima dei suoi stessi stilemi, spingendo oltremisura la sua poetica dell’eccesso. Solo la prova di un commovente Jonathan Pryce, ed una scenografia magniloquente (adatta tuttavia solo agli amanti di Gilliam) riescono a salvarsi in un film che, purtroppo, precipita in abisso caotico nel quale, oltre alla logica, manca ogni ragione di reale interesse.

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About Vito Piazza

Tutto inizia con Jurassic Park, e il sogno di un bambino di voler "fare i film", senza sapere nemmeno cosa significasse. Col tempo la passione diventa patologica, colpa prevalentemente di Kubrick, Lynch, Haneke, Von Trier e decine di altri. E con la consapevolezza incrollabile che, come diceva il maestro: "Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato".

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