L’uomo che uccise Don Chisciotte è il titolo dell’ultimo film di Terry Gilliam, finalmente nei cinema dopo una lunghissima gestazione. Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes, il film ha come protagonisti Adam Driver, Jonathan Pryce, Stellan Skarsgård e Olga Kurylenko.
L’uomo che uccise Don Chisciotte: la sinossi

L’uomo che uccise Don Chisciotte: le nostre impressioni
Scrivere de L’uomo che uccise Don Chisciotte significa fare i conti con un’opera che sta a cuore come poche altre al regista di Minneapolis. Basti considerare, ad esempio, che la prima fase di pre-produzione risale nientemeno che al 1998, e che Gilliam, tra impegni vari, cancellazioni, e persino un’alluvione che distrusse il primo set nel 2000, si è trovato a cambiare tutto il cast originario. Nonostante tutto, dopo oltre vent’anni, il regista ha trovato il modo di finire quello che per lui è sempre stato un film urgente, personale e necessario, inseguito con tenacia invidiabile.

Ancor più che in altri film di Gilliam, risulta qui abbastanza difficile definire con precisione di che cosa parli la pellicola. Sarebbe fin troppo facile, e forse anche riduttivo, parlare di un semplice adattamento dell’omonimo romanzo. Più in linea con la poetica di Gilliam, è corretto ravvisare in L’uomo che uccise Don Chisciotte una personalissima rielaborazione emotiva, un pretesto per parlare d’altro. Cioè, un tentativo di mettere in scena l’animo dello stesso Gilliam, la sua personalità, le sue convinzioni e la sua indole. Non a caso, il film si muove sempre sul sottilissimo e labilissimo confine tra mondi (diegetici e non): tra la finzione del film e la realtà; tra l’illusorietà del sogno e la fattualità del reale; tra presente e passato; tra identità mescolate e rimescolate di continuo. Un film in cui tutto accade senza una benché minima traccia di logica, e nel quale la poetica di Gilliam prende presto il sopravento su una narrazione spesso pasticciata e su delle tematiche abbozzate e mai sviscerate. L’uomo che uccise Don Chisciotte è letteralmente una poetica dell’eccesso, in cui la creazione si fa troppo artificiosa e sovraccarica, appesantendo oltremisura ogni scena e lasciando il creatore vittima dei suoi stessi stilemi.

A cavallo tra realtà e sogno, tra un film in fieri e dei protagonisti che vengono via via risucchiati dalla stessa finzione che creano, L’uomo che uccise Don Chisciotte non tradisce sul piano della scenografia, ora magniloquente ed eccessiva, ora scarna e povera. In questo Gilliam ha pochi eguali, e l’occhio dello spettatore ne esce rinfrancato. Anche la fotografia, all’insegna dell’eccesso e dell’occhio visionario del regista, va presa per ciò che è: una manifesta sovrabbondanza, adatta agli amanti del genere. In mezzo a tanto sfarzo, le prove degli attori risultano giudicabili solo a metà. Adam Driver è appena sufficiente nel ruolo del regista cinico e ormai “sconfitto”: la sua mimica e le sue espressioni si adattano con immensa fatica al personaggio. Discorso diverso per Jonathan Pryce, la cui gestualità ricalca con commovente tenerezza un uomo (forse) prigioniero del proprio sogno, rinchiuso in un corpo che non è certo quello di un aitante cavaliere ma che, dopotutto, non si arrende all’illusorietà della sua impresa. Uniti a movenze gentili, sono gli occhi di Pryce, soprattutto, a manifestare una sorta di candida innocenza e un vero e proprio modo di stare al mondo. Mai domo eppure, romanticamente, mai reale, anche se destinato ad una sconfitta solo momentanea.
L'uomo che uccise Don Chisciotte
valutazione globale - 5
5
Raffazzonato
L’uomo che uccise Don Chisciotte: giudizio in sintesi

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