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Django

Django: scheda e recensione del film d’apertura della Berlinale

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DATA USCITA: N.D.
GENERE: Biografico
PAESE: Francia
REGIA: Etienne Comar
ATTORI: Cécile de France, Reda Kateb

 

 

Film biografico sul leggendario chitarrista jazz Django Reinhardt, padrino del Gipsy Swing. Racconta in particolare gli anni parigini del musicista, e della sua fuga in seguito alle persecuzioni del regime nazista.

È una storia poco conosciuta ad aprire le danze della Berlinale: uno spaccato della vita di Django Reinhardt. Se non ne avete mai sentito parlare, non illudetevi: il film di Etienne Comar non vi racconterà vita, morte e miracoli del padre dello swing zingaro, di come egli sia diventato famoso durante gli anni ‘30 e quant’altro. Django si concentra su due anni precisi, volutamente scelti dal regista in quanto periodo poco conosciuto e documentato.

Django attraverso la Seconda Guerra Mondiale

djangoIl personaggio in questione è il famoso musicista gitano di origine belga Django Reinhardt, famoso in tutto il mondo per aver dato forma e voce ad uno swing rapidissimo e trainante, e viene ritratto nel periodo compreso tra il 1943 ed il 1945. Come il regista stesso ha voluto però sottolineare, questi sono anni scarsamente documentati per quanto riguarda la vita dell’artista. Il periodo precedente sarebbe stato più semplice da organizzare in una sceneggiatura fedele, ma non il periodo della guerra, durante il quale Django e la sua famiglia attraversarono grosse difficoltà. Uno svantaggio, data la difficoltà di assemblare materialmente le informazioni, se non attraverso racconti di persone in contatto con lui, ma che ha potuto aprire la strada a delle scelte narrative originali. Comar infatti ha sottolineato che il suo intento non era affatto quello di un biopic documentaristico il più fedele possibile, né tanto meno di sviscerare il mistero profondo di un personaggio complesso, bensì di raccontarlo in un racconto di (parziale) finzione. Il personaggio interpretato da Cécile de France, per esempio, è completamente inventato, ma tratto da alcune donne ispiratrici che hanno incrociato la vita di Django Reinhardt così come altri passaggi narrativi del film, e non solo. Un lavoro creativo è stato fatto anche a livello musicale: il requiem che sentiamo alla fine infatti non è pervenuto integro fino a noi, tranne i primi accordi, dai quali un compositore contemporaneo ha cercato di ricreare quella che potrebbe essere stata la sinfonia djangosacrale in stile gitano.

Nel ’43 dunque Django Reinhardt (Reda Kateb) si trova a Parigi, all’apice del successo, tanto da essere invitato a suonare nei più prestigiosi teatri della Germania. Ma è il periodo delle rappresaglie e delle deportazioni dei nemici interni del Fürer, ivi compresi i gitani: pertanto, una tourné in Germania potrebbe rivelarsi effettivamente un viaggio di non ritorno. Per questo motivo, Django tenta di scappare con la moglie e la madre in Svizzera grazie all’aiuto di Louise (Cécile de France), con la quale ha instaurato una relazione. Purtroppo la fuga non ha luogo nei tempi previsti e nuove difficoltà sopraggiungono…

Django: un lato della tragedia poco raccontato

Nel corso degli anni sono stati innumerevoli i film sull’olocausto, sulla deportazione degli ebrei nei campi di concentramento, sulla resistenza antinazista avanzata da personaggi minori, ma pochi sono i film che hanno dato voce alla violenza sui gitani, perseguitati anch’essi dal regime nazista (e non solo…), tra cui lo djangostraziante Train de Vie è uno dei pochi. Qui però tutta l’attenzione è rivolta al popolo nomade degli zingari, che si ritrovano non solo senza un paese proprio, ma anche senza un luogo in cui potersi sentire liberi di spostarsi. Cocente è il parallelo con la crisi dei flussi migratori contemporanei ed il regista stesso si è reso conto durante le riprese di aver sollevato delle questioni molto più complesse di quanto pensasse. Il personaggio di Django è un emblema privilegiato di questa situazione, un mito per il suo popolo, ma non per questo è un paladino della giustizia. È vittima anch’esso dei soprusi, dei tragici risvolti della storia ed anch’esso è costretto a nascondersi, a fuggire, a soffrire. Non è un personaggio che lotta costantemente per la causa gitana, ma al contempo è portavoce della sua cultura, attraverso un linguaggio che non ha imparato in modo grammaticale: la musica.

Una musica strepitosa

djangoSe lui non conosce la musica, quanto meno la musica conosce lui, e anche molto bene. Django è un film che merita soprattutto per la sua musica, per le melodie suonate da Reinhardt a cavallo tra lo swing, il blues ed il jazz, con un vitalissimo carattere gitano. È decisamente un film che va ascoltato piuttosto che visto. La regia è buona, ma è palpabile ed interessante più di ogni cosa il rilievo che è stato dato all’essenziale colonna sonora, la quale è un felice risultato di sintesi di Reda Kateb con la cultura dei musicisti gitani che hanno collaborato nel film. Si percepisce il lavoro di mutuo scambio che c’è stato tra attori e non per ricreare il personaggio di Django, che diventa alla fine un vero tutt’uno con il suono della sua chitarra e degli strumenti che suonano intorno a lui.

La musica è anche il terreno su cui normalmente si scontrano l’astrazione dal mondo e l’engagement politico e sociale: se l’artista viene in generale invitato ad assumere una posizione, Django predilige la prima, per poi concedere un dono finale, un requiem in memoria delle vittime gitane, degne anche loro di far sentire la propria voce in un luogo sacro.

Trovo dunque che il lavoro fatto dal regista sia estremamente corretto, con degli obiettivi originali e ben riusciti, che riportano alla luce la storia di un artista incredibile, vittima e testimone delle violenze della guerra mondiale, ma portavoce di una vitalità e di una forza intrinsecamente gitana.

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Django

Valutazione globale

Un film da ascoltare

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