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Una scena di Alita

Alita – Angelo della battaglia: la recensione del film di Robert Rodriguez

Prendete un famosissimo manga opera di Yukito Kishiro, pubblicato tra il 1990 al 1995. Aggiungeteci un aficionado della regia in stile pulp come Robert Rodriguez. Infine, ciliegina sulla torta, prendete un produttore il cui solo nome ti fa sgranare gli occhi, James Cameron, che ha curato anche la sceneggiatura insieme a Laeta Kalogridis, che tra le altre cose ha curato anche il copione di Shutter Island di Scorsese. Con queste premesse, Alita potrebbe essere un film davvero notevole, peculiare nelle sue sfumature distopiche/cyberpunk. Potrebbe, ma così non è.

Alita: sinossi

Una scena di Alita

Anno 2563: dopo la “Caduta”, la terribile guerra che ha devastato il mondo, sono rimasti solo pochissimi insediamenti umani, tra cui la colorata e poverissima Iron City e la fluttuante e potente Zalem, ultima città fluttuante al mondo. Qui il dottor Ido (Christoph Waltz) trova fra i rottami della discarica un nucleo originario di un cyborg, che porta nella sua clinica per ridarle un corpo. La giovane cyborg, una volta tornata in sesto, non ha ricordi perciò il dottore la chiama Alita (Rosa Salazar), come la figlia scomparsa. Alle prese con un mondo nuovo e vecchi ricordi del passato, Alita scopre di essere diversa da tutti gli altri cyborg, sia per le capacità difensive che sembrano innate in lei, sia per la profonda umanità che dimostra con Ido e il primo amore Hugo (Keean Jhonson). Il suo passato e le continue minacce provenienti dall'”alto” metteranno a dura prova Alita, che dovrà fronteggiare pericoli mai visti prima.

Alita: le nostre impressioni

Una scena di Alita

Come già detto in apertura, a questo Alita non sembra mancare della giusta carica e dei buoni presupposti per essere un prodotto eccellente. Tuttavia, nelle due lunghe ore che lo compongono, il film inciampa sotto vari aspetti, riuscendo ad essere efficace invece sull’aspetto umano. In questo Alita, infatti, ci sono eccessive linee temporali che sì convogliano in quella principale, ovvero il percorso di crescita e presa di consapevolezza della giovane cyborg, ma che creano confusione. In un susseguirsi di filoni e sottotrame, non coadiuvate da una sceneggiatura veramente efficace e intervallate dalle potenti scene d’azione, la storia di Alita si perde, tra scintille e personaggi la cui a volte funzionalità sullo schermo non è ben chiara.

Per ritornare alle scene d’azione sopra citate, di certo ci si aspetta perlomeno un qualche richiamo al passato, visto la presenza di James Cameron. Appassionato da sempre alle atmosfere sci-fi/cyberpunk, infatti, il regista aveva acquistato i diritti di Alita più di 20 anni fa, mettendola in stand-by per tanto tempo, se non per usarla come espediente narrativo nella serie Dark Angel, molto simile alla storia del cyborg dagli occhi enormi. Poi si sono messi di mezzo Titanic e Avatar, e tutto è rimasto in sospeso. Da quest’ultimo fratello cinematografico, tuttavia, Alita eredita un certo gusto estetico, fatto di colori, calore e cura del dettaglio. Sono sequenze ben fatte, ma mettono in confusione lo spettatore: se ci si aspetta sin dall’inizio un prodotto sci-fi duro e puro fino al midollo, tutta quest’azione, necessaria ma eccessiva, non ci fa più definire il genere di appartenenza. In tutto questo, una sceneggiatura che non brilla e che cade spesso in cliché terrificanti da film adolescenziale (sto parlando dei dialoghi melensi tra Alita e Hugo), non aiuta a rendere Alita un prodotto con una certa coerenza di fondo, che si fatica a vedere con leggerezza.

Una scena di Alita

Tuttavia, va dato merito a un elemento interessante e che sembra inaspettato in un film in cui la tecnologia e i cyborg sono all’ordine del giorno, ovvero la profonda umanità che pervade alcuni personaggi, che siano essi esseri umani o macchine. In una miriade di suoni, colori, lingue diverse, persone, non si riesce quasi più a distinguere l’umano dal non umano. Ma cosa significa essere umani? È la carne unita alle ossa che ci rende tali? O sono le emozioni? E se queste venissero provate da soggetti fatti di metallo e cuori meccanici? In questo senso, il personaggio di Alita si porge alle più disparate riflessioni, con il suo essere profondamente e innegabilmente umana, seppur fatta di tutto fuorché carne. Nella sua costante ricerca di se stessa, Alita costruisce se stessa passo a passo, sfruttando quel che c’è di meglio del suo passato, ovvero la sua esperienza di guerriera, con la spensieratezza e la voglia di contatto con gli altri che la rendono capace di ogni gesto per difendere chi ama. In questo senso, il delicato e piacevole rapporto che si instaura tra il padre/creatore Ido e Alita rappresenta quella nota di dolcezza che alleggerisce alcuni momenti statici del film.

Alita - Angelo della battaglia

valutazione globale - 5

5

Un prodotto "umano" che non funziona

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Alita: giudizio in sintesi

Una scena di Alita

I presupposti per un prodotto davvero eccellente c’erano tutti, ma Alita sembra rimanere schiacciato dall’eccessivo peso delle aspettative. Un susseguirsi di trame e sottotrame confusionario, gli effetti speciali sì curati e d’effetto ma sfruttati spesso in sequenze d’azione che allontano il film dalla sua natura di sci-fi (elemento clou nel fumetto) e una sceneggiatura che non fa da scheletro della storia rendono Alita un prodotto che purtroppo non funziona. Interessante, invece, la componente umana, presente in un mondo dove il metallo dei cyborg si confonde con la carne umana degli esseri umani.

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About Ilaria Coppini

25, ormai laureata in Letterature e Filologie Euroamericane, titolo conseguito solo per guardare film e serie TV in lingua originale (sulle battute ci sto ancora lavorando). Almeno un'ora al giorno per vedere un episodio la trovo sempre, e Netflix è ormai il mio migliore amico. Datemi del cibo e una connessione veloce e scatenerete la binge-watcher che è in me.

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