Home / Recensioni / L’isola dei cani – la recensione del nuovo film di Wes Anderson
l'isola dei cani

L’isola dei cani – la recensione del nuovo film di Wes Anderson

L’isola dei cani è il nono film del regista texano Wes Anderson, presentato alla 68° edizione della Berlinale, per il quale si è aggiudicato il Leone d’Argento per la miglior regia.

L’isola dei cani: la sinossi

l'isola dei caniSiamo nella città di Megasaki, in un Giappone fittizio, in un futuro distopico. Dopo l’esplosione di un’epidemia di influenza canina, il corrotto e malvagio sindaco Kobayashi decreta che per la sicurezza dei cittadini tutti i cani della città debbano essere mandati sull’isola della spazzatura, lontano da contatti con gli umani. Tuttavia il piccolo Atari, nipote di Kobayashi, decide di partire alla ricerca del suo cane Spots e, dopo un atterraggio di fortuna sull’isola della spazzatura, verrà aiutato nella sua ricerca da un gruppo di cinque cani randagi.

L’isola dei cani: le nostre impressioni

l'isola dei caniWes Anderson dopo l’esperienza di Fantastic Mr. Fox torna in gran trionfo alla tecnica della stop motion, qui più raffinata che mai, con la quale plasma un universo fiabesco in cui ripropone come di consueto il suo stile inconfondibile e diverse tematiche che gli stanno molto a cuore. Dopo l’esperienza di Grand Budapest Hotel, il suo stile, la sua poetica e la sua eccentrica sensibilità incontrano un’estetica del tutto nuova con la quale viene creata un’inedita sintonia, quella giapponese. Dopo aver dato una prova eclettica e originale delle potenzialità del suo modo di “fare cinema” con un confronto con generi cinematografici diversi, l’avvicinamento alla cultura giapponese risulta essere particolarmente interessante, ben riuscita e ben risponde ai tratti caratteristici andersoniani. La precisione di Wes Anderson che riconosciamo nella costruzione delle immagini, dei movimenti di macchina, dell’organizzazione della materia e del ritmo narrativi si arricchisce del rigore formale e contenutistico giapponese, ma non solo.

Il rigore che accomuna il regista e la cultura giapponese trova un denominatore comune anche nell’apparente semplicità. La cultura dei brevissimi e profondi haiku, ma anche dei dipinti dai colori sgargianti e dai mille dettagli viene valorizzata dalla regia ortogonale di Wes Anderson, che coniuga la linearità dei movimenti di macchina alla ricchezza di oggetti e personaggi, protagonisti assoluti delle sue inquadrature maniacalmente simmetriche. Ma quella giapponese è anche la cultura dell’informatica (dagli hacker alla robotica) e della ricerca scientifica avanzate ma esposte all’influenza e all’oppressione da parte di corrotte e malvage lobby politiche, il cui comportamento dittatoriale nei confronti degli emarginati sociali, qui incarnati dai cani, risuona in tutta la sua drammatica attualità.

l'isola dei caniCerto, un film richiede il suo tempo di pre-produzione ed è dunque metodologicamente scorretto inferire che Wes Anderson si sia fatto ispirare da fatti recenti. Come già però aveva fatto in Grand Budapest Hotel, per quanto l’universo narrativo sia immaginario, esso è caratterizzato da climi politici ispirati a quelli di stampo nazi-fascista che la storia mondiale ha purtroppo conosciuto. Ciò che però differenzia il “regime” Kobayashi da quello delle armate Zig Zag di Grand Budapest Hotel è la creazione funzionale di un nemico sociale comune. Lo stigma della categoria sociale in questione è concretizzato dalla presenza di una malattia (l’influenza canina) così come dal fatto di essere dei cani e quindi, in quanto animali, in una prospettiva culturologica opposti alla categoria “umano”. Sono tutti motivi che un regime repressivo come quello rappresentato sfrutta per manipolare l’opinione pubblica e incanalare la violenza collettiva verso il gruppo socialmente ridefinito come “nemico pericoloso”, e con i quali giustifica la ghettizzazione e la successiva eliminazione del problema sociale. L’emarginazione sociale dei cani è ancor più sottolineata dalla separazione cui sono costretti, cioè l’isolamento forzato su un’isola, e dal fatto che il luogo di raccolta sia a tutti gli effetti una discarica: questa operazione narrativa letteralizza l’espressione “rifiuti sociali” attribuibile a quegli impotenti e ignari esseri a quattro zampe, esiliati da un giorno all’altro contro la loro volontà, un procedimento metaforico che ricorda molto da vicino la tecnica dei già citati haiku.

Le tristi premesse e la gravità delle tematiche di fondo tuttavia non sono per Wes Anderson un motivo valido per realizzare un film esclusivamente drammatico. In primo luogo abbiamo una scelta di prospettiva e di empatia molto interessante della quale veniamo informati cortesemente fin dall’inizio: sono i cani a parlare una lingua comprensibile ai più (inglese nell’originale, italiano nella versione nostrana doppiata), mentre i personaggi umani, tranne poche eccezioni, parlano in giapponese non sottotitolato. Noi spettatori così come i cani non capiamo la lingua degli umani e di conseguenza non capiamo le ragioni di tanta malvagità politico-sociale, siamo messi nelle condizioni di non essere in grado di entrare in contatto con essa. Il male e la violenza sono dunque incomprensibili e pertanto ingiustificati.

l'isola dei caniNonostante tutto però, l’incomprensione linguistica genera momenti comici ma anche vie di comunicazione alternative, che sono alla base del rapporto tra uomo e animale, il rapporto che unisce e salva dalla catastrofe sociale. E gli animali stessi, rappresentati come soggetti rispettabili, dotati di una loro lingua, di un loro carattere personale e capaci di instaurare rapporti intersoggettivi con altri individui canini e non, sanno essere comici, ironici, buffi nel loro essere più umani degli umani, anche negli aspetti più pragmatici. Quella patina drammatica che riveste tutti i personaggi andersoniani che immancabilmente cercano una risposta guardando in macchina, spesso isolati al centro dell’inquadratura, viene spesso scostata per generare un sorriso o una risata nello spettatore.

Rispetto a Fantastic Mr. Fox la stop motion è utilizzata per raccontare una favola molto più matura, dal respiro più profondo e universale, che molto deve all’esperienza di un film come Grand Budapest Hotel. Come ultimamente sta facendo con successo Guillermo del Toro, Wes Anderson utilizza il genere della favola per raccontare in modo leggero e allegorico diverse realtà storico-sociali molto più tragiche di quanto si voglia pensare. In questo senso, se da un lato il ricorso a universi verosimili per quanto inventati veicola un certo distacco dai contenuti, su questi siamo chiamati a riflettere, siano essi positivi o negativi.

L'isola dei cani

valutazione globale - 8

8

una favola raffinatissima che diverte e commuove

User Rating: 4.85 ( 2 votes)

L’isola dei cani: giudizio in sintesi

l'isola dei caniWes Anderson con il suo nuovo lavoro trova un punto d’incontro armonioso e interessante con la cultura giapponese per raccontare una favola ricca di spunti profondi e metafore storico-sociali che risuonano in tutta la loro attualità. Nonostante le tematiche di fondo siano terribilmente drammatiche, L’isola dei cani non appesantisce lo spettatore, il quale è portato fin dall’inizio ad assumere il punto di vista dei cani e ad empatizzare con loro e con la loro difficile situazione. D’altra parte il titolo originale stesso (Isle of Dogs) nasconde in pieno stile haiku un messaggio tanto semplice quanto sincero e profondo: tra i tanti modi di esprimere il concetto tradotto fedelmente in italiano con “l’isola dei cani”, perché non scegliere quello che più si avvicina foneticamente alla frase “I love dogs”? Ed è solo una delle tante piccole perle che nono film di Wes Anderson, calato con grazia nella cultura nipponica, nasconde nel suo stile raffinatissimo ed eclettico e in una storia che sa far sorridere e commuovere.

Per ogni notizia e aggiornamento sul mondo dello spettacolo, cinema, tv e libri, vi consigliamo di seguire la nostra pagina Facebook

About Bianca Friedman

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.