Disobedience è il titolo dell’ultimo film di Sebastián Lelio, presentato al Toronto Film Festival nel 2017. Nel cast figurano Rachel Weisz, Rachel McAdams ed Alessandro Nivola.
Disobedience: La trama

Disobedience: le nostre impressioni
Dopo l’Oscar conquistato nel 2018 con Una donna fantastica, incentrato sulla storia di un trans in cerca di affermazione, Sebastián Lelio adatta l’omonimo romanzo di Naomi Alderman e torna ad affrontare una vicenda scomoda, sebbene abbastanza consueta, cioè quella dell’attrazione tra due donne. Il regista cileno forza i toni, rendendo quest’attrazione ancor più pericolosa e scabrosa per via della cornice socio-culturale che fa da opprimente sfondo alla vicenda, ossia una comunità ebraica dipinta come la quintessenza del bigottismo e dell’inflessibile ortodossia.

A deludere ulteriormente, in Disobedience, è la complessiva mancanza di trasporto emotivo, la quasi totale assenza di mordente del tono, complice quel manicheismo di fondo che impedisce allo spettatore di mettere realmente in discussione non solo i personaggi, la cui trattazione è alquanto approssimativa e poco interessante, ma anche sé stesso, a causa di uno schematismo troppo semplicistico. Specie nella prima parte del film, la vicenda si trascina con immensa fatica e si impantana in mille sospiri che ingolfano l’incedere della narrazione. In qualche momento, addirittura, le scene risultano ampiamente scolastiche e prevedibili (l’immancabile doccia che segue un senso di colpa, fondato o meno che sia), quando del tutto non credibili (ci riferiamo ad enormi approssimazioni di girato, per usare un eufemismo). Di là dalla retorica, Lelio sembra sempre sul punto di voler detonare l’ordigno, ma alla fine tutto resta sommesso, pacificato, accettato con una frustrata (e frustrante) sottomissione.

Persino nelle scene più spinte di Disobedience, nelle quali la Weisz e la McAdams si trovano a simulare un rapporto sessuale, l’opera trasuda incompiutezza, specie se si tengono a mente il pathos e la concitazione di un Kechiche in La vita di Adele. Nulla può essere comunque rimproverato alle due attrici, sempre in parte e abbastanza credibili. La Weisz, in ogni caso, appare perfettamente a suo agio in ogni scena, e sfodera un’intensità non trascurabile. Il personaggio di Dovid, interpretato dal bravissimo Nivola, risulta quello più convincente, scisso tra i dogmi di una tradizione che ama e lo scandalo di una donna, sua moglie Esti, che a causa della sua scabrosa passione mette a repentaglio la sua posizione di rabbino in seno alla comunità.
La fotografia di Disobedience, mai sopra le righe ma neppure approssimativa, è grigia quanto basta per rendere tanto la claustrofobica pressione di una tradizione ingessata e invalidante, quanto – nostro malgrado – il tono complessivo dell’opera. Che, in verità, avrebbe avuto molto altro da dire, e in modi di certo più convincenti.
Disobedience: giudizio in sintesi

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