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A Quiet Place: recensione del film con John Krasinski e Emily Blunt

In sala da questo weekend troviamo A Quiet Place, il film con John Krasinski e Emily Blunt che mischia diversi generi, dall’horror al post-apocalittico, fino al romanzo familiare, realizzando una pellicola che non rientra in nessuno dei generi che la compongono, ma cerca un linguaggio diverso con un risultato gradevole.

A Quiet Place: la sinossi

a quiet placeIn un mondo post-apocalittico, sconvolto da una probabile invasione di un qualche tipo di mostri, l’umanità è ridotta al lumicino e l’unico metodo per sopravvivere è mantenere il silenzio, perché gli aggressori ti possono sentire ovunque e venirti a prendere.

In questo nuovo mondo una famiglia vive in una casa di campagna, cercando di rispettare tutte le regole e cercando anche una possibile via d’uscita a questa soluzione. Ma ogni rumore rappresenta il pericolo.

A Quiet Place: le nostre impressioni

Il film di Krasinski è un interessante esperimento, un tentativo di sviluppare una pellicola che non sia facilmente codificabile in un genere, perché mischia elementi di sopravvivenza post-apocalittica, come potremmo trovare anche in film come The Road o La Guerra dei mondi (tanto per citarne uno fatto bene e uno no), ad una tensione tipica da film horror, senza mai cadere però negli stilemi classici dell’horror, ma andando a costruire un racconto più claustrofobico che ricorda, con le dovute differenze, pellicole come Alien.

a quiet placeSia chiaro, il giudizio su questo esperimento non è totalmente positivo: certo, è un film gradevole e apprezzabile, i protagonisti, specialmente gli adulti, sono molto bravi e in parte, la tensione si mantiene ad alti livelli per quasi tutta la pellicola, ma non andiamo sicuramente al di là di questo.

La breve durata di A Quiet Place aiuta a tenere la storia molto compatta, anche se la stessa struttura la divide in due parti nettamente distinte: un prologo veloce, seguito da quello che è il cuore del racconto stesso che sostanzialmente sta tutto in un’unica giornata.

Ma se la durata aiuta la compattezza, la scelta di mettere “tutto in una notte” fa sì che il film sia molto più intenso nella seconda parte, quando le scene iniziano a succedersi in sequenza serrata, mentre nella prima, al di là del prologo stesso, si vive solamente un senso di anticipazione relativamente privo di avvenimenti interessanti.

La scelta del silenzio, del non far parlare i protagonisti, pur essendo molto interessante, può portarsi dietro un notevole rischio di appesantire alcuni passaggi, in base alla sensibilità dello spettatore. Io, personalmente, l’ho trovata calzante al film, perché mi ha portato a vivere una sorta di transfer narrativo, grazie al quale, anch’io come spettatore, sentivo come completamente dissonanti i rumori, dopo lunghi momenti di silenzio (bisogna aver la fortuna di avere una sala abbastanza silenziosa, comunque), quindi credo che il lavoro fatto dal regista abbia avuto successo, ma posso anche capire che non da tutti questo venga vissuto allo stesso modo.

a quiet placeA stemperare il clima cupo dell’”horror” (sui generi) post-apocalittico, ci si mette la trama da family drama, che porta speranza e “sentimenti” all’interno del racconto. Non l’ho trovata invasiva, anzi, seppur con alcune forzature decisamente classiche, abbastanza bilanciata. Alcune scelte non sono state scontate e questo ha aiutato a lenire un po’ il pericolo che il tutto diventasse troppo melenso.

La parte tecnica del film è stata abbastanza scolastica, ma il fil rouge gestito col sonoro ha reso l’insieme molto più gradevole.

A Quiet Place

Valutazione globale - 6.5

6.5

gradevole, teso ma non un capolavoro

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A Quiet Place: un giudizio in sintesi

a quiet placeA Quiet Place è un film piacevole, interessante e con degli spunti intelligenti, da vedere in una sala possibilmente silenziosa tanto quanto il film. La breve durata della pellicola fa sì che la storia sia molto più compatta e la tensione resti costantemente elevata per buona parte della visione, anche se sicuramente nella sua seconda metà il film raggiunge l’apice.

Non è e non sarà un capolavoro, quindi non si esce dalla sala con una profonda estasi, ma sicuri di aver visto qualcosa di gradevole e di aver speso bene un’ora e mezza.

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About Andrea Sartor

Cresciuto a pane (ok, anche qualche merendina tipo girella o tegolino... you know what I mean... ) e telefilm stupidi degli anni 80 e 90, il mondo gli cambia con Milch, Weiner, Gilligan, Moffat, Sorkin, Simon e Winter. Ha pianto davanti agli uffici dell'HBO. Sogno nel cassetto: pilotare un Viper biposto con Kara Starbuck Thrace e uscire con Number Six (una a caso, naturalmente). Nutre un profondo rispetto per i ragazzi e le ragazze che lavorano duramente per preparare gli impagabili sottotitoli. Grazie ragazzi, siete splendidi

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