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Claudia Gerini in A mano disarmata

A mano disarmata: la recensione del film con Claudia Gerini

A mano disarmata, film di Claudio Bonivento, è nelle sale italiane dal 6 giugno. Tratta dalla vera storia che vide protagonista la giornalista di Repubblica Federica Angeli, interpretata da Claudia Gerini, la pellicola annovera nel cast anche Mirko Frezza, Francesco Pannofino e Francesco Venditti.

A mano disarmata: la sinossi

Mirko Frezza in A mano disarmata

Federica Angeli (Gerini) è una giornalista di Repubblica che vive ad Ostia: in seguito alle minacce di uno dei capi della malavita ostiense (Frezza), che intende osteggiarla nelle sue inchieste, ella decide di sporgere denuncia. Da quel momento, sotto scorta, la vita della Angeli e quella dei suoi familiari cambierà radicalmente.

A mano disarmata: le nostre impressioni

A mano disarmata è un film che probabilmente avrebbe trovato una più opportuna sistemazione sul piccolo schermo. È a causa di questo collocamento – a nostro avviso poco azzeccato – che si può tentare di spiegare pregi e difetti dell’opera di Bonivento.

Claudia Gerini in A mano disarmata

La storia di Federica Angeli, abbastanza nota al grande pubblico, è di quelle che colpiscono per la loro allarmante normalità. La mafia e l’omertà; una vita che viene definitivamente sconvolta a causa di un grande atto di coraggio, in seguito al quale non sarà permesso neppure bere un caffè senza che prima gli agenti della scorta abbiano “bonificato” il luogo. E poi i familiari in pericolo, le amicizie che pian piano svaniscono o si rivelano per quelle che in realtà sono, le difficoltà quotidiane date dal dover necessariamente condividere lo stesso quartiere dei malavitosi, il commovente sforzo di essere un esempio prima di tutto per i figli. Sono questi gli assi portanti di moltissime serie tv e prodotti televisivi, e che trovano in A mano disarmata uno sviluppo nel complesso convincente. Pur senza sconvolgere, il film riesce a veicolare i tormenti di una protagonista che, nella sua scelta di libertà, si trova inizialmente a dover fare i conti con le conseguenze di quella stessa scelta, in virtù della quale finirà prigioniera del timore delle ritorsioni familiari. 

La narrazione scorre in maniera lineare e fin troppo schematica, scandita da un ritmo che talvolta latita e da scelte registiche fin troppo canoniche e prevedibili, quasi scontate, che sfociano in un didascalismo in certi momenti stucchevole. A mano disarmata offre una storia quotidiana, telegiornalistica in senso stretto, che narrando di fatti di cronaca noti ai più, sconta già il vizio di forma di un’incolpevole “prevedibilità” e che, suo malgrado, la aggrava man mano a causa di scelte stilistiche scontate, auto-sabotando gli unici ambiti nei quali il film avrebbe avuto qualche spazio di manovra. Ma tutto ciò, ci sentiamo di ipotizzare, pare maggiormente dettato più dalla necessità di non incalzare, non problematizzare, non disorientare lo spettatore idealtipico, che è e rimane quello televisivo. Uno spettatore che, in qualunque punto della storia si trovi, dovrebbe riuscire (come, in effetti, fa) a ricostruire dinamiche filmiche o carpire le informazioni necessarie in un batter d’occhio.

Francesco Pannofino in A mano disarmata

Come prodotto di intrattenimento A mano disarmata funziona abbastanza bene. Sebbene si tratti di una storia (tristemente) nota, Bonivento è capace di suscitare l’interesse del suo pubblico con la forza di una vicenda che getta luci inquietanti non solo sulla realtà di Ostia, storicamente al centro di loschi affari, ma più in generale sulla condizione di molte periferie italiane, lì dove il primo, vero nemico è più il muro omertoso che la malavita in se stessa. Una tematica, quest’ultima, affrontata con un pizzico di retorica ma, alla fine, in maniera credibile e convincente. Tra i punti di forza principali del film, senza dubbio, vi è l’analisi del repentino cambiamento della vita della Angeli, che nel giro di pochi giorni si troverà a gestire paure, minacce, ritorsioni e resistenze non solo nella vita privata, ma anche in quella lavorativa.

Pur contando su un cast che raccoglie parecchi volti noti della televisione italiana, A mano disarmata trae linfa vitale principalmente dall’interpretazione del duo Gerini/Frezza. L’attrice romana, pur senza strafare, riesce sempre a risollevare le sorti di un film che ricorre spesso ai primi piani. In questo contesto, la Gerini interpreta il personaggio con estrema naturalezza, restituendogli i tormenti e le emozioni che le sono propri. Discorso analogo per Frezza, che con il suo marcato accento romano e con delle espressioni truci e quasi luciferine (indovinatissime), è perfettamente calato nella parte del malavitoso senza scrupoli. La comparsa davanti alla macchina da presa dei due coprotagonisti – specie di Frezza – oscura tutto il resto degli attori, qui chiamati a recitare (poco e male) la parte dei comprimari.

A mano disarmata

valutazione globale - 5.5

5.5

Un film più adatto al piccolo che al grande schermo

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A mano disarmata: giudizio in sintesi

Claudia Gerini in A mano disarmata

A mano disamata narra la storia della giornalista di Repubblica Federica Angeli. Una storia di allarmante normalità, quella raccontata da Bonivento, che concentra il suo obiettivo nell’impietosa analisi delle trame malavitose ed omertose del litorale romano, e che trova nella protagonista l’eroina in grado di rinunciare alla propria libertà pur di fungere da esempio, principalmente nei riguardi dei propri figli. Le tematiche trattate, così come qualche goffa e prevedibile scelta stilistica o di sceneggiatura, fanno di A mano disarmata un’opera probabilmente più adatta al piccolo schermo che alla sala cinematografica. Senza osare minimamente negli unici campi in cui avrebbe potuto (dovuto?) dire qualcosa in più – regia e sceneggiatura – il film scorre in maniera lineare e senza alcuno strappo alle regole del genere. Nel cast Claudia Gerini e Mirko Frezza svettano su tutti gli altri, relegati a meri comprimari di una storia che vive solo dei contrasti del duo romano di interpreti.

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About Vito Piazza

Tutto inizia con Jurassic Park, e il sogno di un bambino di voler "fare i film", senza sapere nemmeno cosa significasse. Col tempo la passione diventa patologica, colpa prevalentemente di Kubrick, Lynch, Haneke, Von Trier e decine di altri. E con la consapevolezza incrollabile che, come diceva il maestro: "Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato".

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