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L'alfabeto di Peter Greenaway: recensione

L’alfabeto di Peter Greenaway: recensione del film di Saskia Boddeke

L’alfabeto di Peter Greenaway è un documentario di Saskia Boddeke, moglie del regista inglese e artista multimediale, al secondo film dopo quello co-diretto col marito Rosa, A Horse Drama (1996).

L’alfabeto di Peter Greenaway: sinossi

Il documentario, strutturato come un lungo dialogo tra il regista e la figlia Pip, è ambientato ad Amsterdam, città nella quale la famiglia Greenaway vive, e nel Galles, quando i due fanno visita alla casa natale di Peter. L’arte pittorica e cinematografica del regista, le sue ossessioni, gli estratti di molti suoi film (I misteri del giardino di Compton House, I racconti del cuscino e Nightwatching tra gli altri) arrivano spesso a coesistere in gran numero nello stesso fotogramma. Per ogni lettera dell’alfabeto, Greenaway sceglie un termine che innesca il fluire di parole e immagini.

L’alfabeto di Peter Greenaway: le nostre impressioni

L'alfabeto di Peter Greenaway: recensione

Il collage d’immagini che si affastellano ne L’alfabeto di Peter Greenaway asseconda la vena enciclopedica del regista, dichiarata dalle sue stesse parole. I numeri, gli oggetti, l’ornitologia ed l’entomologia sono fra gli interessi principali di Greenaway: in qualità di autentiche fonte d’ispirazione, ovviamente abbondano nel documentario e nei suoi film. Tali immagini si interpolano continuamente tra di loro, insieme con altre figure più o meno misteriose e con inserti che ritraggono il pittore fiammingo Rembrandt (al quale il regista inglese aveva dedicato Nightwatching, nel 2007) e la moglie, che si chiamava proprio come la moglie di Greenaway.

La produzione di Greenaway parte sempre da un raffinatissimo gioco estetico-formale nel quale abbondano richiami alla storia dell’arte, in particolare a pittori fiamminghi quali Rubens e Vermeer, ed infatti l’estetica ha un ruolo primario nel documentario: la costruzione dell’immagine è curata scrupolosamente come avviene in tutti i film realizzati da Greenaway, il quale, al contrario di altri, vuole costantemente ogni elemento a fuoco e desidera curare ogni dettaglio come ogni collezionista ama fare.

L'alfabeto di Peter Greenaway: recensione

Assieme alla materialità dell’oggetto, il modo in cui Greenaway pensa il corpo umano quando lo ritrae sullo schermo è riconducibile ad una forma estetica totalizzante, come viene esplicitato dalle stesse parole del regista. A rendere efficacemente questo concetto, troviamo un suo quadro ripreso nel documentario che mostra una silhouette umana caratterizzata solo dal colore e dal perimetro, divisa in aree numerate. Ma dietro la perfetta simmetria della struttura si nascondono pulsioni oscure: la morte, i cadaveri, la violenza estrema (Il bambino Macon con i suoi 208 stupri). Spesso, dietro la sua ironia e il suo smaccato egocentrismo, Greenaway ritorna sul tema della morte: il regista racconta di aver fatto sogni a tema tanatologico e rivela come essa entri suoi pensieri in maniera consistente. Si riscontrano anche richiami visivi a questo tema, dal momento che il regista e la figlia sono ripresi in più di una scena distesi sopra due tombe.

In definitiva, L’alfabeto di Peter Greenaway si presenta come un documentario ricco di genio visivo e ottimamente confezionato, anche se a tratti rischia di ricadere nella prolissità.

L’alfabeto di Peter Greenaway

valutazione globale - 7.5

7.5

Interessante, visionario, forse un po’ prolisso

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L’alfabeto di Peter Greenaway: giudizio in sintesi

L’alfabeto di Peter Greenaway è un documentario ottimamente confezionato,che costituisce un’interessante fonte di informazioni sui retroscena dell’opera di Greenaway, senza, con questo, far perdere al regista la propria autonoma personalità. Il film affascina per via della ricercatezza della immagini e del loro affastellarsi – a volte quasi bulimico – sullo schermo. Una buona prova, anche se alla lunga la prolissità forse stanca.

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About Tommaso Perissi

Scopre la magia del cinema d'autore verso la fine degli anni 90 grazie ad una videoteca vicino alla stazione di santa maria novella che offre titoli ancora in vhs...poi frequenta saltuariamente vari cineforum in giro per la città

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