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Legion: la recensione della prima stagione della serie con Dan Stevens

Che dire di Legion? Ci troviamo di fronte alla migliore serie del 2017, fin ora? Sì, decisamente. Abbiamo appena visto una delle migliori serie TV degli ultimi anni? Molto probabilmente.

legion stagione 1Legion fa una cosa che in pochissimi hanno il coraggio di fare e in ancora meno sono capaci di fare: innova, completamente, non solo il genere di racconto, ma anche il modo di fare una serie TV, così profondamente che, nonostante ci siano diverse serie belle o anche solo piacevoli nel panorama di oggi, lo stacco che si sente tra queste e la creatura di Hawley è così profondo da far sembrare ogni altra cosa non solo un genere diverso, ma un tipo di arte espressiva diversa.

Legion non è confrontabile con nulla; è una serie che trasuda citazionismo, ad opere d’arte di vari settori, ma non ha una pietra di paragone a livello visivo, di montaggio e di narrazione, tanto da costituire un unicum che può essere apprezzato solo in riferimento a se stesso, o al massimo in confronto con tutto il resto, in modo indefinito.

Legion e la totale immersione dello spettatore

Uno dei tempi e dei modus operandi principali di questa stagione d’esordio dello show è quello di portare lo spettatore a vivere all’interno della testa del protagonista, David, interpretato magistralmente da Dan Stevens, che se all’inizio viene visto e catalogato come schizofrenico, nel corso degli 8 episodi si “trasforma” in qualcosa di diverso, legion stagione 1in molte cose diverse a dire il vero, e noi spettatori viviamo questo passaggio e i vari momenti grazie alla sua prospettiva, ma, e qui sta l’innovatività, non perché il racconto sia in point of view, ma perché è la stessa costruzione della storia a rendere evanescente e passeggera ogni nostra certezza, eliminando ogni punto di riferimento visivo, confondendo le carte, i tempi, le prospettive, arrivando a renderli più consistenti solo quando la mente di David (e la nostra) iniziano a schiarirsi, anche se non si arriva mai del tutto a quel punto.

La magia creata da Hawley si fonda su un montaggio, una fotografia, uno stile narrativo che erroneamente nella recensione del pilot pensavamo non potesse portare avanti per tutta la pur corta annata, invece l’ha fatto, regalandoci episodi in cui ci immergevamo in luci, colori, punti di vista e situazioni che si contorcevano su se stesse in continui cambi narrativi.

Tanto repentini e drastici sono stati i cambi che è difficile catalogare due differenti episodi sotto lo stesso stile narrativo. Anche quest’ultimo cambiava, spesso, non facendoci mai sentire completamente a nostro agio o assuefatti alla visione. Farlo volontariamente è un po’ follia e un po’ genio. Togliere il suono completamente da parti di un episodio, così come rovesciare le scene o inserire stacchi musicali alla Bollywood senza che lo spettatore se lo aspetti sono solo piccoli esempi di questa maestria. E tutto è filato liscio senza mai sembrare inopportuno.

Legion e la bellezza visiva assoluta

Ci sono stati episodi in questa stagione di una bellezza superba. Il quarto episodio e le peregrinazioni di David nel piano astrale con quella incredibile bellezza visiva che trasformava ogni scena in un quadro post moderno, i corridoi densi di orrore della base della Divisione 3, costellati di cadaveri, il viaggiare a ritroso all’interno della mente di David, legion stagione 1il sesto episodio in cui tutti i protagonisti sono cristallizzati in un’allucinazione psichiatrica, che spezza completamente il ritmo della narrazione proprio in un momento apicale, un ultimo episodio nel quale il climax sale in maniera esponenziale e riesce ad incastrare ogni movimento come in un balletto classico.

Tutti questi sono momenti che ci hanno sconquassato, estasiato e trasportato su una giostra senza freni, tanto che dover lasciare questa prima stagione pesa enormemente, ma almeno ne abbiamo un’altra da aspettare.

Nota a margine: siamo in casa Marvel, aspettate i post credits.

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Legion

Valutazione globale

Innovativo e perfetto

User Rating: 5 ( 1 votes)

About Andrea Sartor

Cresciuto a pane (ok, anche qualche merendina tipo girella o tegolino... you know what I mean... ) e telefilm stupidi degli anni 80 e 90, il mondo gli cambia con Milch, Weiner, Gilligan, Moffat, Sorkin, Simon e Winter. Ha pianto davanti agli uffici dell'HBO. Sogno nel cassetto: pilotare un Viper biposto con Kara Starbuck Thrace e uscire con Number Six (una a caso, naturalmente). Nutre un profondo rispetto per i ragazzi e le ragazze che lavorano duramente per preparare gli impagabili sottotitoli. Grazie ragazzi, siete splendidi

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