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Orange is the new black: recensione della quinta stagione

Tra sufficiente e necessario

È forse uno dei pochi concetti di logica matematica che tutti ricordiamo: la distinzione tra sufficiente e necessario, ed è una distinzione che occorre tenere a mente se si vuole valutare questa quinta stagione di Orange is the new black. Ma cosa centra la logica matematica con una serie tv? Centra eccome, dal momento che anche un prodotto televisivo come Orange is the new Black può avere in sé delle qualità che possiamo definire assolutamente necessarie…ma non sufficienti a renderla una serie senza pecche né difetti: ad esempio li suo essere “ben fatta”. Non ci sono davvero dubbi che Orange is the new Black sia una serie ben fatta: lo è, qualunque spettatore un po’ accorto può notarlo. È curata, è originale, è culturalmente abbastanza ricercata grazie ad alcune scelte musicali-registiche-di trama che la rendono un prodotto, comunque “di massa” ma da intenditori.

Quando la lentezza non è una virtù

Però, c’è un però.

Guardando questa stagione si ha l’impressione che la serie cominci a fare un po’ troppo affidamento su se stessa e, a causa di ciò, perda di mordente. Un esempio di cosa non va? 13 episodi da 58 minuti in media sono troppi, davvero troppi, per raccontare 4 giorni. Ci eravamo lasciati con un cliffhanger niente male: Dayanara Diaz che puntava una pistola alla testa dell’inumano agente Humps e le altre detenute che la esortavano a sparargli senza pietà.

La quinta stagione riprende esattamente da dove c’era stata l’interruzione e prosegue lenta e precisa (ma fatemi sottolinare il “lenta”) seguendo lo svolgimento degli eventi su di una linea temporale senza salti. Anche i flashback, così comuni nelle altre stagioni, si diradano: questo è un bene, il meccanismo si stava facendo abbastanza ripetitivo e, in fondo, c’è pur sempre un limite al numero delle detenute e alle variabili inseribili nelle loro storie. In questa stagione di Orange is the new black i flashback sono minori di numero e meno coinvolgenti nel contenuto: direi che è salvabile, per originalità e accuratezza nella resa, solo quello relativo alla giovinezza di Red all’interno del regime stalinista sovietico. Questa assenza di “vie d’uscita” spazio-temporali fa si che la narrazione debba concentrarsi solo ed esclusivamente su cosa accade all’interno di Litchfield durante i giorni della rivolta ed è chiaro che, per mantenere un certo grado di veridicità, essa non possa essere costituita da una carrellata di eventi formidabili: non sarebbe plausibile. È anche vero, però, che in questo modo il ritmo langue.

Certo, Danielle Brooks (aka Taystee Jefferson) è un’attrice formidabile e riesce a renderci interessanti le trattative che si svolgono tra lei, Caputo e la Figueroa per l’accoglimento delle richieste delle detenute riottose… ma c’è un limite a tutto, e più di una volta la serie stenta a decollare.

Pregi e difetti si alternano

Restano, in questo impianto un po’ cedevole, delle scene magistrali rese possibili dalla bravura delle attrici (Kate Mulgrew, Selenis Leyva, Taylor Schilling, Laura Prepon su tutte) e da tocchi di regia davvero geniali: il talent show orchestrato da Leanne e Angie, ad esempio; oppure il momento in cui Suzanne cerca di costruire con i vassoi un “angolo sacro” per ricordare Poussey.

Tutti momenti davvero ben fatti ed originali, ma si ha l’impressione che la serie perda un po’ il senso del limite e scivoli verso un trash eccessivo o verso una violenza gratuita: lo spogliarello dell’agente durante il talent risulta veramente caricaturale e fuori misura, così come pare insopportabile, per la violenza che vi si mostra, la scena di tortura su Red da parte di Piscatella. Parlando di scelte infelici: la “caccia all’uomo” ingaggiata dalla strana coppia Red-Ramos per smascherare Piscatella come omicida pare a tratti grottesca, davvero troppo, troppo marcata. Ma va anche detto che i momenti “sconnessi” vengono parzialmente bilanciati da scelte tematiche veramente coraggiose e sferzanti, come la scena iniziale di violenza sulla guardie: i secondini messe in fila e torturati nella chiesa ci fanno pensare a tante indicibili scene di violenza su ostaggi nemici perpetuate dalle forza americane nel mondo e ci parlano di un paese che ha la forza di mostrare le sue mostruosità più o meno recenti (e di continuare, così, sulla strada del mea culpa).

Orange is the new Black: una serie corale

Orange is the new Black continua la linea, intrapresa a partire dalla terza stagione, della “coralità”: non si può davvero più parlare di “una/due attrici protagoniste”, i “main characters” sono almeno 9-10. Questo, da un lato, è cosa nettamente originale e potenziale fucina di risorse narrative, permette infatti alla serie di non “sclerotizzarsi” sulla dinamica del “succede tutto a X” (dove al posto di X potete, se vi va, sostituire il nome di Meredith Grey, tanto per citarne una). D’altro canto, però, questo fa restare un po’ tutte le trame narrative “in superficie” e senza approfondire troppo la psicologia dei personaggi o le loro vicende umane è difficile alzare il ritmo della serie.

La controprova di quanto appena affermato la si ha constatando che, quando Orange is the new black riprende i suoi vecchi “temi – chiave” e dedica qualche minuto in più alle coppie storiche “Piper-Alex” o “Lorna-Nichols” il tasso emozionale della serie schizza alle stelle e la storia riprende verve.L’atmosfera noire, i momenti di violenza e di paura, il clima cupo e l’attesa di un’irruzione che si fa sempre più imminente…tutto rimane, a mio avviso, “sospeso” e incompiuto perché neppure negli ultimi due episodi, in cui ero assolutamente certa che qualcosa di clamoroso sarebbe avvenuto, in realtà non accade nulla di speciale. Niente carneficina, come si poteva pensare, niente esito positivo della rivolta, come in certi momenti sembrava poter accadere. La serie si conclude con un andamento circolare che emblematizza il suo essersi “chiusa in sé stessa”: un altro cliffhanger (stavolta però a parti invertite, con le forze dell’ordine che puntano la pistola contro le detenute) e un altro omicidio dove ad essere vittima dell’incompetenza del sistema penitenziario è il cattivone Piscatella.

Tutto è compiuto, dunque, ma nel tempo poco è avvenuto.

Necessità di rinnovarsi

So, e in chiusura mi sento di ammetterlo, che la mia recensione è un po’ dura, e che di serie come Orange is the new black ce ne vorrebbero in un mondo della tv che ha bisogno di puntare meno allo share e un po’ più alla qualità. È anche vero, però, che il primo passo per non calare di livello è non adagiarsi sul successo delle stagioni passate ma tentare sempre di rinnovarsi e di stupire, come Orange is the new black ha fatto per anni e può, senza dubbio, continuare a fare.

I guess you can deny cruelty when it shows up on your Facebook feed (Joga Jones – ep.12)

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Orange is the new black

Valutazione globale

Da migliorare

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About Irene Bertelloni

Studentessa di Italianistica presso l’Università di Pisa, si interessa di tutto ciò che è narrazione: alla particolare predilezione per la letteratura (italiana, greca, latina) accompagna la passione per il cinema e le serie tv.
Poiché ritiene che il mondo esista per essere raccontato, ama scrivere di esso e di chi ne parla.

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