Sunset è il secondo film diretto dall’ungherese László Nemes, salito alla ribalta qualche anno fa per Il figlio di Saul, vincitore del Grand Prix a Cannes e del premio Oscar come Miglior Film Straniero. In Concorso a Venezia 75.
Sunset: la sinossi

Irisz decide di non abbandonare Budapest per via di un uomo che, presentandosi all’improvviso davanti a lei, dice di stare cercando un certo Kalman Leiter. La ragazza si mette così alla ricerca dell’unica persona che la lega al suo passato in una città che sta vivendo grandi momenti di tensione.
Sunset: perché sì
Chi si approccia per la prima volta al cinema di László Nemes può rimanere in un primo momento estraniato e confuso. Il regista ungherese sembra inizialmente non voler dare nessun classico segno di riferimento nel raccontare la sua storia e chiede allo spettatore un grande sforzo di partecipazione.

Dall’incubo del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, che faceva da scenario claustrofobico e asfissiante a quel gigantesco film che era Il figlio di Saul, l’azione si sposta adesso nella Budapest dell’Impero Austro-Ungarico. Siamo alle soglie della Prima Guerra Mondiale e nella città c’è un’atmosfera tesa e claustrofobica, che la regia di Nemes sa fotografare alla perfezione. Sembra quasi di essere trasportati lì al centro dei tumulti e di seguire in prima persona il tortuoso percorso compiuto da Irisz. La protagonista di Sunset cammina, cammina tanto, fa domande, cerca spiegazioni, scappa, reagisce, corre e ancora fugge e di nuovo cammina, senza quasi mai fermarsi.
Come ne Il figlio di Saul, dove il protagonista cercava – in uno scenario in cui l’umanità si era completamente smarrita – di non abbandonare la propria dignità di essere umano, la Irisz di Sunset vuole fare luce su un passato avvolto nell’oscurità cercando di non dispendere la memoria e restare ancorata alle sue radici familiari.

E’ un film che necessiterebbe di almeno un’altra visione per cogliere certi aspetti di una trama che apparentemente, qualche volta, va a smarrirsi insieme alla sua stessa protagonista. Solo così arriveremo alla totale consapevolezza di trovarsi dinnanzi ad un’opera di grande maestria. La consapevolezza che anche Irisz, nel finale di Sunset, sembra aver raggiunto sul ruolo da portare avanti nella sua vita.
Sunset
Voto Daniele - 7.5
Voto Andrea - 5
6.3
Sunset: perché no
Sicuramente la cifra stilistica di Nemes è il suo stile di regia che porta avanti una semi-soggettiva, alternata ad inquadrature strette e movimento costante della camera a seguito della protagonista che è il fulcro della narrazione di cui gli altri personaggi sono solo mere comparse, ma questo stile, portato avanti su una storia di due ore e venti minuti con un ritmo lento e sprovvista di dialoghi di senso compiuto, porterà molti spettatori ad essere, nella migliore delle ipotesi, scombussolati e completamente persi.


Quello che resta di questo film, detratto il giudizio estetico che capisco possa essere divisivo, è solamente un senso di confusione totale, un idea sul fatto che il regista volesse fare una metafora di qualcosa (fine della belle epoque e inizio della guerra? un po’ banale) ma gli sia riuscita abbastanza male.
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