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Knight of Cups

Knight of Cups – la recensione del settimo film di Terence Malick

Knight of Cups: un lungometraggio poetico

Knight of CupsKnight of cups, il settimo lungometraggio del regista americano Terrence Malick, è un pregevole esempio di cinema di poesia, all’ interno del quale la narrazione di vicende e personaggi rappresenta solo l’innesco di un’opera che procede poi sorretta dalla stessa potenza delle immagini, che si propagano spesso semplicemente per analogia o per pura giustapposizione. Il centro della costruzione drammaturgica del film si ha proprio nel continuo moto circolare, per così dire, delle immagini mostrate che, privando lo spettatore dei suoi consueti punti di riferimento, lo abbandonano al flusso metaforico e polisemico da esse prodotto, senza offrire mai suggerimenti sul senso di ciò che viene mostrato.

Knight of Cups e la complessità del vivere

Può essere che Malick tenti di offrire una pura riproduzione della complessità del vivere stesso, seguendo la scia delle molteplici strutture che di esso conseguono a rendere l’ esperienza, e che pensi al cinema come a un sistema filosofico, essendo di formazione filosofo. L’uso della voce umana in Knight of Cups, fuori campo o meno, corrisponde allo stesso intento poetico, intervenendo a contrappuntare le immagini in un meccanismo di stratificazione successiva dei significati ben oltre il confine della narrazione.Knight of Cups

E’ come se ciò che accade nel film, fosse rappresentato, come in un quadro cubista, contemporaneamente da più angolazioni: nella scena in cui il figlio Rick, (interpretato da Christian Bale), litiga col padre Joseph, (Brian Dennehy), si passa quasi istantaneamente dalla realtà fattuale a quella soggettiva, attraverso l’ uso del rallenty e di un inserto di voce fuori campo. Non è chiaro se tale soggettiva sia del figlio o meno, i punti di vista appaiono mischiati e filtrati da una visuale che potremmo forse definire panteistica, creata dal grandangolo che, vero e proprio marchio stilistico di Malick, cattura i personaggi sempre nel legame con ciò che li circonda.

Che il regista tenga più all’insieme che ai solisti è confermato dal fatto che nessuno dei personaggi emerge dal punto di vista recitativo. Sono tutti, nonostante alcuni siano volti famosi, pedine di qualcosa che li trascende, come accadeva ai tempi della Nouvelle Vague con film come Hiroshima Mon Amour di Alain Resnais. L’attore è usato per alludere a qualcosa che sta oltre la scena, in senso metaforico più che narrativo.

Una trama sfuggente

Non c’è come detto una vera e propria trama che si sviluppi linearmente dall’inizio alla fine, ma sono riconoscibili solo alcuni nuclei narrativi, Knight of Cupscome il rapporto tra il protagonista Rick, il padre e il fratello, la relazione fuggevole tra Rick e alcune sue amanti, la sua attività di sceneggiatore, una festa a bordo piscina o una scossa di terremoto che accade mentre il protagonista è in casa, collegati tra loro in maniera estemporanea e imprevedibile. Tutto questo, nonostante la maestria e il talento visivo di Malick, finisce per essere un’arma a doppio taglio, poiché Knight of Cups si protrae secondo lo schema suddetto praticamente dall’inizio alla fine, e ciò rischia, vista anche la sua rilevante lunghezza, di spingere lo spettatore verso dei cali di tensione quando non alla vera e propria noia.

Il cast, come praticamente sempre nei film di Malick, si compone di attori molto noti, tra cui Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Antonio Banderas, Brian Dennehy. La fotografia, straordinaria, è di Emmanuel Lubezki.

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About Tommaso Perissi

Scopre la magia del cinema d'autore verso la fine degli anni 90 grazie ad una videoteca vicino alla stazione di santa maria novella che offre titoli ancora in vhs...poi frequenta saltuariamente vari cineforum in giro per la città

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