Un western in chiave femminile
Brimstone di Martin Koolhoven, in concorso a Venezia 73, si presenta con una premessa interessante ed ambiziosa: un western raccontato dalla prospettiva femminile, un punto di vista quasi mai affrontato prima.
Il film, pastiche tra western e thriller, racconta la storia di Liz, Dakota Fanning, e della sua intricata vita nel West, resa ancora più difficile dalla presenza di un reverendo, Guy Pearce, in cerca di vendetta. Liz vive con il marito e due figli ed è l’ostetrica del suo villaggio, rispettata ed apprezzata da tutti, finchè il suo passato non torna a tormentarla.
Sceneggiatura inconsistente, violenza ostentata

La donna western: dibattiti e problematiche

gura della donna nel genere western, nonostante il personaggio di Liz si prestasse ad un gran cambiamento.
Liz racchiude, infatti, i due prototipi della donna western: la casalinga/moglie/madre e la prostituta, modelli di femminilità che ruotano intorno alle sfere sociali della domesticità e del bordello, abitate dagli uomini. La combinazione di questi due ruoli poteva rivelarsi interessante, ma Liz viene di nuovo imprigionata nella tragedia della protagonista femminile.
Diversi studiosi della rappresentazione della donna al cinema si sono concentrati su questo argomento, facendo notare quanto il punto di vista femminile sia spesso e volentieri limitato a due dimensioni: quella della domesticità romantica e quella dell’inevitabile sofferenza. Brimstone propone un cambiamento, ma fallisce nel portarlo a termine.
La scelta maschile vs. la tragedia femminile

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