The Woman who left arriva a Venzia 73 alla fine della Mostra, noi lo abbiamo visto l’ultimo giorno, quindi, questa recensione arriva quando abbiamo già visto le premiazioni e sappiamo che questo film ha vinto il Leone d’oro per questa edizione della Mostra del Cinema.

Perché qui Lav Diaz arriva con un film di 226 minuti, ben 3 ore e 46, e per il suo standard sono pure poche.
The Woman who left: i pregi
Questo The Woman who left non è scevro da pregi, oltre al nome dell’autore: è un racconto cupo, in cui la fotografia e il bianco e nero concorrono a dare maggiore cupezza; è una storia di redenzione, di vendetta, di ricerca, ambientata nelle periferie povere delle Filippine, in un periodo storico recente e violento; 
La fotografia in molti casi è magistrale, con un’attenzione alla composizione ricercata, una capacità di nascondere il soggetto, spostando lo sguardo dello spettatore verso altri punti d’interesse unica. Una smaccata ricerca del taglio artistico che però non elude la storia narrata, ma ne circoscrive il punto di vista, portando lo spettatore ad un immersione emotiva con l’immagine che scorre. A volte esagera e si perde in questa ricerca, ma la cosa è limitata.
The Woman who left: i difetti
La pellicola tuttavia non è esente da difetti. A mio personalissimo parere, il film sarebbe potuto durare meno, senza dover tagliare nessuna delle storie raccontate, nessuna scena, nessun dialogo e pure nessun silenzio. Com’è possibile una situazione del genere?

In questo The Woman who left ogni scena, ogni dialogo, ogni fotogramma viene allungato a dismisura, quasi raddoppiandone i tempi di esposizione. La scelta è chiaramente voluta da Lav Diaz, ma personalmente non ho trovato il motivo di questa scelta. Questa esasperazione non ha finalità narrative evidenti: non serve a fare capire allo spettatore qualcosa in più, né ad inserire un messaggio supplementare. Le scene erano già onnicomprensive di tutto, allungarle non aveva nessuna utilità, così come i dialoghi. Per fare solo un piccolo e limitativo esempio, se ho un silenzio carico di significati che dura 10 secondi e già lo spettatore capisce tutto quello che si nasconde dietro a quel silenzio, non trovo assolutamente necessario prolungare lo stesso per altri 10 secondi; sono solo ridondanti.
Moltiplicate questo concetto per ogni silenzio, ogni scena, ogni inquadratura e vi trovate un film ottimo, poetico e profondo di due ore e mezza che diventa un film stiracchiato di 3 ore e 46 minuti.
The Woman who left: vale il premio?
Qui entriamo nel campo del personale. La mia risposta è per alcuni aspetti si, per altri no. Sicuramente la trama è pregna di significati, è importante, è lirica, è delicata ed è allo stesso tempo un pugno allo stomaco, così come la capacità fotografica e registica sono sublimi, però c’è quella mancanza di capacità di sintesi che porta a rivedere il giudizio leggermente al ribasso e che mi fa pensare che la vincitrice di una Mostra importante come Venezia, non possa essere una pellicola con dei difetti che secondo me pesano, nonostante il nome del regista.
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