The mountain, opera del regista Rick Alverson con protagonisti Jeff Goldblum e Tye Sheridan, è stato presentato in concorso alla settantacinquesima edizione del Festival di Venezia.
The Mountain: la sinossi

The Mountain: le mostre impressioni
Rick Alverson sbarca al Lido con un’opera che sin dalle prime scene si segnala alquanto complessa, tanto nella concezione, quanto nella resa e nella fruizione. È un’impresa ardua, quella che il regista chiede al pubblico, costretto a misurarsi con una pellicola in cui tutto sembra accennato e suggerito con un’astrusità ai limiti dell’ermetismo. Lo spettatore deve impegnarsi in un duro – e lungo – lavoro di decodifica del messaggio, operazione, questa, che mal si concilia con le esigenze dell’intrattenimento.
Ambientata negli Stati Uniti degli anni ’50, l’opera assume i tratti di un dramma a tratti fin troppo fosco, che si concentra essenzialmente sul rapporto tra il giovane Andy ed il dottore per il quale lavora come fotografo. Il loro incontro-scontro di personalità si lega ad una serie di tematiche secondarie che ne sovraccaricano la struttura fondamentale: il discorso di genere; il rapporto filiale, ed in particolare, naturalmente, quello tra padre e figlio (data l’assordante assenza materna); lo statuto ontologico dell’arte, del linguaggio e della rappresentazione. Tutto questo coesiste, si sovrappone e si stratifica nell’opera di Alverson, che mescola ogni elemento in un turbinio di suggestioni ed accenni di per sé molto significativi, ma talvolta di difficile lettura.

Che Alverson voglia strafare, lo si evince dalla concezione di un’opera nella quale dove la carne al fuoco è veramente molta e, spesso, mal armonizzata. Il risultato finale soffre di questa complessiva mancanza di omogeneità, ed i bislacchi personaggi che popolano l’universo filmico – specie quella del guaritore francese Denis Lavant – aggiungono ancor più smarrimento nella mente del pubblico, almeno di quello non avvezzo a certe riflessioni: a nulla servono le riflessioni del guaritore sull’ermafrodita primordiale, così come le sue disquisizioni sull’arte (e sull’uomo: non crediamo di ravvisare un nesso tanto oscuro, stavolta) riconducibili a Magritte.
The mountain rimane comunque un’opera ben diretta, con due interpreti principali in grado di rendere al meglio l’essenza dei rispettivi soggetti, nient’affatto scontati. Jeff Goldblum, vero personaggio carismatico, calamita l’attenzione con ogni minima espressione, dimostrandosi attore consumato e a suo agio in ogni tipo di interpretazione. Altrettanto valida la prova di Tye Sheridan, muto, mite e appiattito in una monodimensionalità caratteriale tutta apparente, come un vulcano pronto ad esplodere. Azzeccata, per quanto estremamente bizzarro possa essere il personaggio, anche la prova di Denis Lavant, particolarissimo e fin troppo colto idiot-savant.
Degna di nota, infine, la fotografia di Lorenzo Hagerman, suggestiva come poche altre rispetto a quanto visto finora a Venezia 75. La bassissima saturazione della pellicola non stempera la tensione emotiva scaturente da ogni fotogramma, che ci si trovi in mezzo ad un bosco o dinnanzi a due sedie vuote poste una dinnanzi all’altra. Pur scontando qualche enigmatico taglio dell’inquadratura, tutto rimane ben calibrato all’insegna dell’equilibrio simmetrico e dell’eleganza.
The Mountain
valutazione globale - 6.5
6.5
Intellettualismo non alla portata di chiunque
The Mountain: giudizio in sintesi

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