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The Bad Batch

The Bad Batch: la recensione del film di Ana Lily Amirpour a Venezia 73

The Bad BatchThe Bad Batch: i dubbi di una prima visione

Ana Lily Amirpour approda a Venezia 73 con il suo ultimo film, The Bad Batch, un pastiche di horror e western, un film che non risparmia nulla allo spettatore realizzando l’immaginario dell’assurdo della regista iraniana, dai cannibali ad una società distopica alla Brazil di Terry Gilliam.

The Bad Batch deve quasi essere ricomposto come i pezzi di un puzzle, o come i vari lembi staccati ai personaggi, per essere apprezzato. È nel dettaglio che la visione della regista sviluppa la propria critica verso e l’amore per l’America. Nonostante le intenzioni, la domanda sorge spontanea: come può la visione arrivare allo spettatore quando la storia, ed i suoi personaggi, sembrano appena abbozzati e si perdono in silenzi imbarazzanti per quasi tutta la durata del film?

Il Bad Batch ed i suoi protagonisti

La protagonista, The Bad BatchArlen (Suki Waterhouse), viene deportata ai confini dell’America per unirsi alle migliaia di persone considerate inadatte a vivere nella società. Nella vastità del deserto la aspettano diversi mondi e si accorgerà ben presto della necessità di partecipare al gioco della sopravvivenza. C’è il Bridge, popolato dai cannibali, tra cui Miami Man (Jason Momoa), il cui personaggio è il riflesso del suo Khal Drogo in Game of Thrones. La tribù dei cannibali richiama, infatti, il clan dei Dothraki della celebre serie. C’è Comfort, un’area di felicità e stabilità apparente controllata da The Dream (Keanu Reeves) e dal suo harem e poi c’è l’eremita interpretato da Jim Carrey.

Lo stile a discapito della sostanza

The Bad Batch Il difetto principale di The Bad Batch è la perdita sostanza a favore dello stile, almeno in una prima visione.

Intere sequenze vengono esasperate senza giungere ad una vera e propria conclusione, sequenze che, sì, soddisfanno l’occhio ricordando video musicali e accompagnati da una colonna sonora ad hoc, ma che non trasmettono nulla. L’aspetto visivo non paga quando la storia si perde in eccessive diramazioni che non giungono a sviluppi narrativi veri e propri.

Una critica non riuscita

L’interpretazione di Suki Waterhouse, nonostante il magnetismo della sua mimica facciale, risulta vuota e priva di emozioni, trasmettendo una freddezza che annulla ogni tipo di empatia, forse volontariamente.

I dettagli della mise-en-scene sono meticolosamente studiati per realizzare una critica della società americana ed un suo possibile futuro e risaltare la difficoltà dei suoi paesaggi più aridi e ardui.

Nonostante la premessa ed il potere dell’immagine, The Bad Batch si aggiunge alla lunga lista di buone idee, ma deludenti realizzazioni che sembra aver caratterizzato più di alcuni film in concorso in questa edizione della Mostra.

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