The Bad Batch: i dubbi di una prima visione
Ana Lily Amirpour approda a Venezia 73 con il suo ultimo film, The Bad Batch, un pastiche di horror e western, un film che non risparmia nulla allo spettatore realizzando l’immaginario dell’assurdo della regista iraniana, dai cannibali ad una società distopica alla Brazil di Terry Gilliam.
The Bad Batch deve quasi essere ricomposto come i pezzi di un puzzle, o come i vari lembi staccati ai personaggi, per essere apprezzato. È nel dettaglio che la visione della regista sviluppa la propria critica verso e l’amore per l’America. Nonostante le intenzioni, la domanda sorge spontanea: come può la visione arrivare allo spettatore quando la storia, ed i suoi personaggi, sembrano appena abbozzati e si perdono in silenzi imbarazzanti per quasi tutta la durata del film?
Il Bad Batch ed i suoi protagonisti
La protagonista, 
Lo stile a discapito della sostanza

Intere sequenze vengono esasperate senza giungere ad una vera e propria conclusione, sequenze che, sì, soddisfanno l’occhio ricordando video musicali e accompagnati da una colonna sonora ad hoc, ma che non trasmettono nulla. L’aspetto visivo non paga quando la storia si perde in eccessive diramazioni che non giungono a sviluppi narrativi veri e propri.
Una critica non riuscita
L’interpretazione di Suki Waterhouse, nonostante il magnetismo della sua mimica facciale, risulta vuota e priva di emozioni, trasmettendo una freddezza che annulla ogni tipo di empatia, forse volontariamente.
I dettagli della mise-en-scene sono meticolosamente studiati per realizzare una critica della società americana ed un suo possibile futuro e risaltare la difficoltà dei suoi paesaggi più aridi e ardui.
Nonostante la premessa ed il potere dell’immagine, The Bad Batch si aggiunge alla lunga lista di buone idee, ma deludenti realizzazioni che sembra aver caratterizzato più di alcuni film in concorso in questa edizione della Mostra.
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