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Paradise: la recensione del film di Andrei Konchalovsky a Venezia 73

Paradise: meritatamente premiato a Venezia 73

ParadiseParadise di Andrei Konchalovsky si è aggiudicato il Premio per la Miglior Regia alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia, in ex-aequo con La Región Salvaje di Amat Escalante.

In Paradise Konchalovsky affronta il difficile tema dell’Olocausto, al cinema spesso scontato, attraverso un’analisi dell’individuo realizzata con una regia elegante, spesso fredda e cruda, e un bianco e nero rivelatore.

Paradise: l’Olocausto in tre destini

“A l’alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,

sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

(Paradiso XXXIII, 145)

ParadiseCosì Dante ci descriveva il Paradiso nei versi finali de La Divina Commedia, mentre in Se Questo è un Uomo Primo Levi insegnava l’Inferno dantesco nel lager. In Paradise Dante riaffiora suscitando una sola domanda: cosa significa Paradiso per chi ha perso tutto?

Olga (Julia Vysotskaya), Jules (Philippe Duquesne) e Helmut (Christian Clauß) sono di nazionalità diverse e conducono vite diverse fino a che i loro destini si incrociano nella devastazione della guerra. Olga è un’aristocratica russa e membro della resistenza francese, viene arrestata per avere nascosto alcuni bambini ebrei durante una rappresaglia. Jules è francese, lavora per la polizia collaborando con i nazisti. Il caso di Olga viene assegnato proprio a Jules. E poi c’è Helmut, un giovane ufficiale delle SS con il quale Olga dovrà confrontarsi nel campo di concentramento.

Paradise: la banalità del male

ParadiseKonchalovsky riesce a catturare l’essenza della guerra, di vittime e carnefici e delle paure che affliggevano entrambi utilizzando un semplice dettaglio: la lingua. Ogni personaggio è infatti inquadrato singolarmente mentre parla la propria lingua con una naturalezza che fa avvicinare il soggetto ad un documentario.

Paradise gioca proprio sulle incomprensioni del lager, sulla necessità di imparare la lingua dell’altro, sull’istinto di sopravvivenza e sulla morale. Attraverso l’uso di molteplici narratori e dei rispettivi punti di vista, Paradise sfiora gli aspetti banali, ma raramente narrati, della vita del lager riflettendo anche su com’era il mondo prima della Seconda Guerra Mondiale, su come da un momento all’altro chiunque potesse diventare carnefice del proprio vicino.

Paradise: il bianco e nero e lo stile documentaristico

ParadiseAttraverso l’uso del bianco e nero e della camera fissa sui primi piani dei personaggi la regia di Konchalovsky riesce, soprattutto, ad evitare il melodramma e lo “spettacolo” dell’Olocausto, trattando il tema come riflessione e osservazione sulla vita e sulla morte. Paradise trova la propria originalità nella creazione di un universo palpabile attraverso i volti dei protagonisti inquadrando Olga, ad esempio, come la Giovanna d’Arco di Carl Dreyer, trasmettendo una sofferenza reale.

È quindi con semplicità e maestria disarmanti che Paradise si rivela uno dei lavori più toccanti e originali di Venezia 73.

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