Alfonso Cuaron torna a Venezia, a qualche anno di distanza da Gravity, con Roma, un lavoro molto personale, autobriografico, prodotto col supporto di Netflix che ha reso possibile quindi una distribuzione più capillare di un film che, effettivamente, ne avrebbe trovata molto poca.
Roma: la sinossi

Il mondo sociale passa in secondo (o terzo) piano e la storia della famiglia prende tutto il centro della scena.
Roma: le nostre impressioni da Venezia 75
Le aspettative erano molto elevate, soprattutto dopo la visione di un bellissimo trailer, che anticipava l’uscita di questo film, oltre ad esserci già il nome di Cuaron come garanzia. Queste aspettative, però, sono andate largamente disattese, perché la pellicola, oltre a tralasciare ampiamente il periodo storico messicano (ma quello ci può stare, è una scelta), ha il grosso difetto di avere una prima parte, della durata di almeno un’ora e un quarto, fatta di noia e nulla.

Partendo da questi presupposti l’amore per i figli, naturali o accuditi, la differente declinazione del modo di affrontare le difficoltà, chiassoso e solare o rassegnato e fatalista, portano queste due donne ad attraversare il guado di due diversi tipi di dolore fino a raggiungere la luce di una felicità “arrangiata”.
Ma in tutto questo la prima metà di film è assolutamente “di troppo” e, soprattutto da uno come Cuaron, è lecito attendersi di meglio. Possiamo capire che il rilievo estremamente personale della storia lo abbia portato a considerare “interessanti” cose che non lo sono per la maggior parte della gente, ma il problema c’è e non può essere superato certo con un bianco e nero tanto bello quanto inutile.
Roma
Valutazione globale - 6
6
Una seconda parte intensa, ma una prima da dimenticare (facilmente)
Roma: dichiarazioni e curiosità da Venezia 75
Cuaron ha confermato come la storia fosse fortemente incentrata sulla sua giovinezza e che il personaggio della cameriera/tata “indigena” Cleo fosse preso pari pari dalla sua tata (Lio). Il regista ha affermato che il racconto è filtrato dalla sua visione di bambino, ma con il capire, più avanti nell’età, che la sua tata non era una “madre” e basta, ma che fosse anche una “donna”.

Tre sono gli elementi da cui è nata la storia secondo il regista Messicano, sui quali poi è stato costruito il resto: Cleo, la memoria e il bianco e nero. Di quest’ultimo gli è stato anche chiesto il perché dell’utilizzo, ma Cuaron è stato abbastanza sfuggente su questo punto, limitandosi a dire che non era un bianco e nero “di memoria”, ma un qualcosa di nuovo, di digitale. Io personalmente continuo a pensare che fosse abbastanza irrilevante ai fini narrativi (se non per un generico “oh, che bello il bianco e nero”).
Un punto all’onestà di Cuaron va dato, comunque: alla (ormai scontata) domanda tra film al cinema e film su Netflix, il regista ha risposto che effettivamente un film come Roma avrebbe in ogni caso trovato poca distribuzione e poco pubblico in sala (perché, come ribadiamo, è un film che non piacerà a tanti) e quindi Netflix è utile, con film che trovano e troveranno poco spazio nelle sale, per raggiungere un pubblico maggiore.
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