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Gabbie

Pisa Book Festival: MdS Editore presenta il libro Gabbie

Durante la prima giornata del Pisa Book Festival la casa editrice MdS ha presentato Gabbie un libro particolare, poiché è il prodotto dei corsi di scrittura che vengono tenuti da alcuni collaboratori di MdS all’interno dell’istituto penitenziario pisano “Don Bosco”. Gabbie è il prodotto della seconda edizione di questo progetto, che l’anno passato aveva portato alla stesura del volume dal titolo Favolare.262793_315374548577969_1889668046_n Dell’importanza dell’iniziativa che MdS porta avanti sono spia il calibro ed il numero delle personalità che hanno presentato Gabbie: oltre ai curatori (intervistati dal direttore della nazione di Pisa Tommaso Strambi) Michele Bulzomì, Antonia Casini e Giovanni Vannozzi sono intervenuti il sindaco di Pisa Marco Filippeschi, l’On. Cosimo Ferri sottosegretario alla Giustizia, il dirigente della casa circondariale Fabio Prestopino e i docenti Alberto Di Martino e Alfonso Maurizio Iacono.

Gabbie: un titolo emblematico

Gabbie è un titolo emblematico, che appare di immediata lettura: viene infatti da pensare che ci sia un palese riferimento al carcere, non a caso spesso indicato come la gabbia, “il gabbio”. Sì, ma non solo. Questo titolo vuole infatti indicare anche e soprattutto le gabbie interiori, quelle fatte di pregiudizi e di pesi sull’anima che tutti gli uomini (sia i detenuti sia coloro che sono cittadini “liberi”) hanno dentro di loro. Come ha fatto giustamente notare l’on.Ferri, aiuta a trovare la giusta chiave per interpretare il titolo (e il libro tutto) la dedica posta nelle prime pagine:

“A Roberto, che è uscito dal carcere ma non dalla sua gabbia.”

Chiaro, dunque, è il messaggio che viene dato: nessuno di coloro che vivono fuori dalla gabbia fisica deve sentirsi essenzialmente diverso da chi sta al suo interno, poiché non basta esserne fuori per potersi dire completamente liberi.

Gabbie aiuta il lettore a guardare a sé con occhi diversi e ciò è già una grande conquista, la quale va ad affiancarsi al principale scopo che un libro come questo si propone: dare voce a chi non a voce, far penetrare la società civile, che sta attorno al carcere, all’interno di esso e dare un’immagina diversa dei detenuti i quali molto spessi vengono pensati in modo impersonale, perdendo di vista il loro essere prima di tutto uomini, madri, figli.

Michele Bulzomì, l’illustratore, aiuta con i suoi tratti leggeri ed essenziali ad entrare nel mondo del carcere e nel mondo privato che ciascuno degli autori dei racconti ha dentro di sé. Durante la presentazione sono stati offerti degli esempi dei racconti contenuti nel libro tramite alcune letture (tra cui “Il lupo della cella 29”, “La cacciatrice in gabbia” e “Funamboli”) interpretate da Daniela Bertini e Gianni La Rocca:

A volte tutta la vita passa così e non è infelice, assolutamente, ha solo un sottofondo tranquillo di felicità prevedibile e confortante. Proprio come una coperta di Linus, rassicurante. Ma priva di emozioni. Di palpitazioni. Altre volte capita qualcosa invece che dura un attimo, poco più di uno sguardo, e ci troviamo sospesi sul filo delle nostre emozioni, funamboli improvvisati, sospinti in avanti (…) da un sentimento travolgente, consapevoli del fatto che potremmo cadere, ma potremmo anche volare.

La scrittura come strumento

Gabbie è il prodotto di un progetto prezioso, poiché è tramite iniziative come questa che “grazie al carcere” i detenuti ritrovano loro stessi e riescono a chiedere perdono a sé stessi oltre che a chi hanno ferito. La scrittura viene usata come strumento con cui disciplinare ciò che si ha dentro:

“Scrivere non è uno sfogo, non è Facebook”

ha affermato emblematicamente il prof. Iacono, aggiungendo poi che le gabbie che gli uomini hanno dentro non si distruggono con lo sfogo emotivo ma con l’autodisciplina. Ancor più bello, poi, è il fatto che ciò che è uscito da questo esercizio interiore sia un prodotto di grande valore letterario. Un’opera, dunque, bisognosa di essere contestualizzata ovvero di cui occorre ricordare quando, dove e da chi è stata scritta: “un po’ come si fa con i classici” ha suggerito, con un paragone chiarificatore, l’avvocato Laura Antonelli anch’essa intervenuta durante la presentazione.

Come farlo? Guardando attentamente le foto, mostrate al pubblico, delle “gabbie vere”, in cui questi uomini e donne vivono e soprattutto guardando negli occhi Federico e Giuseppe, che al pubblico del Festival hanno offerto la loro storia e il loro talento. E’ proprio di Giuseppe l’intervento più emozionante di tutto l’incontro: il modo estremamente chiaro e toccate con cui le sue parole raccontano la sua esistenza esemplifica al meglio l’importanza di questo progetto e il grado di realizzazione a cui esso è giunto:

“Volevo una vita da uomo, vivo una vita da tonno. Il destino vuole che io non venga mai arpionato”

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About Irene Bertelloni

Studentessa di Italianistica presso l'Università di Pisa, si interessa di tutto ciò che è narrazione: alla particolare predilezione per la letteratura (italiana, greca, latina) accompagna la passione per il cinema e le serie tv. Poiché ritiene che il mondo esista per essere raccontato, ama scrivere di esso e di chi ne parla.

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