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Roadies: Recensione dell’episodio 1.01 – Life is a Carnival

Roadies è un prodotto scritto e diretto da Cameron Crowe, che torna ad una delle sue più calde passioni, i tour musicali e lo fa a sedici anni di distanza da quell’Almost Famous, uno dei suoi film prediletti.

roadies 1.01 cA dire la verità, già Almost Famous mi era sembrato un prodotto ben fatto, curato, con notevoli capacità tecniche, ma che non ti resta. Dura il tempo dello spettacolo e poi svanisce, come la più evanescente delle arti. Ed è così, per me, anche questo Roadies.

Il punto di vista che Crowe vuole darci in questo show è quello del backstage, ma visto e vissuto da chi ci lavora. Un po’ una mania questa degli ultimi anni americani, dell’inside look. Vogliamo vedere come si vive dentro la redazione di un giornale, o di uno show televisivo, o dietro le tende dell’alta finanza o tra le cortine delle spie. O più semplicemente tra chi allestisce uno show, un concerto, dai lavori più minuscoli alla gestione dei casini più assurdi.

Ma è un po’ qui che finisce la curiosità.

Perché cosa dovrebbe esserci poi di così complesso e intrigante nel vedere così tanto in profondità come può fare una serie tv? Un progetto che si sviluppa per le 10 ore di una stagione, almeno. Cosa potrà mai esserci in più degli alti e bassi del tour, dei rapporti interpersonali, della passione per la musica e delle situazioni bizzarre? Nulla secondo me, almeno guardando questa prima ora di show.

catsNon dico che questi elementi non siano cose belle e importanti, ma vi possono bastare per continuare a segurie un episodio a settimana di Roadies? Se la risposta è si, ok, vi è andata bene. Se la risposta è no, forse è meglio lasciare perdere. Anche perché, se non si vuole essere troppo presi dalla narrazione, alla fine ci si rende conto che spesso e volentieri i momenti “big revelation” sul senso della vita sono poca cosa e pure abbastanza banali.

Parte tecnica e recitazione

Sulla parte tecnica niente da dire, ma non c’era nessun dubbio. Il mestiere di Crowe c’è tutto e si vede, sequenze morbide e dinamiche, gran controcampi e scene frenetiche ma che scorrono via lasciando lo spettatore piacevolmente soddisfatto da quello che vede, con un buon mix di musica e dialoghi che, pur con le limitazioni che vedevamo prima, sono veloci, energici, ritmati, incasellati perfettamente nella storia.

roadies 1.01 bApprezziamo quindi questa fattura artigianale, che però manca sostanzialmente di profondità. Un bel prodotto da vedere ma, come si diceva sopra, appena visto sparisce.

Dal punto di vista dei personaggi, ci sono alcuni caratteristi che fanno un ottimo lavoro. D’altronde, come suggerisce il titolo dell’episodio, il backstage è un carnevale costante e i fenomeni da baraccone non mancano, alcuni, pur nel loro stereotipo, ben delineati. Dove cadiamo maggiormente è negli attori principali.

Se Carla Gugino si salva e Imogen Poots ha dei momenti in cui è accettabile, il vero buco è Luke Wilson. Ho trovato il protagonista maschile di questa serie poco credibile nel ruolo, poco espressivo e che non è in grado di attirare su di se la luce dello show. Passa spesso quasi in secondo piano, ma non troppo volontariamente.

La musica cè, ci mancherebbe anche quello, più ballad e melodica che altro. Un po’ come la serie: piacevole, ma dicevamo?

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About Andrea Sartor

Cresciuto a pane (ok, anche qualche merendina tipo girella o tegolino... you know what I mean... ) e telefilm stupidi degli anni 80 e 90, il mondo gli cambia con Milch, Weiner, Gilligan, Moffat, Sorkin, Simon e Winter. Ha pianto davanti agli uffici dell'HBO. Sogno nel cassetto: pilotare un Viper biposto con Kara Starbuck Thrace e uscire con Number Six (una a caso, naturalmente). Nutre un profondo rispetto per i ragazzi e le ragazze che lavorano duramente per preparare gli impagabili sottotitoli. Grazie ragazzi, siete splendidi

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