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The OA: recensione della serie TV con Brit Marling

The OA è arrivata in sordina e a sorpresa negli ultimi giorni dell’anno su Netflix. Una serie super segreta, di cui non si sapeva nessun dettaglio, se non i nomi coinvolti e questi, per gli appassionati del cinema indipendente, erano una grande garanzia: Brit Marling e Zal Batmanglij.

the oaThe OA si è rivelato sorprendente e originale, una serie che ha bisogno di pazienza, perché all’inizio è proprio difficile capire cosa si sta guardando, ma la pazienza viene ben ripagata, perché lo show ha un climax perfetto, con una costruzione che col passare del tempo rende sempre più dipendenti, con una recitazione, in special modo della Marling, eccelsa e con un finale che porta a compimento una minuziosa costruzione del tutto, Lascia incantati nel guardarla a ritroso nella propria mente e ci si rende conto di trovarsi davanti ad una cosa che, se non può essere considerata un capolavoro, è sicuramente una “favola” delicata e avvolgente, sapientemente costruita e che lascia un senso di completezza alla fine.

The OA e il racconto nel racconto

Nel designare la protagonista come una giovane ragazzina russa, il paragone per la serie mi viene facile quando penso ad una matrioska (che ad un certo punto della serie fa anche la sua evocativa comparsa). La serie si sviluppa su due piani distinti ma incastonati uno nell’altro: se da un lato abbiamo la vicenda di una donna che torna alla sua vita dopo diversi anni di prigionia e del suo riambientarsi  nel mondo con l’enorme difficoltà a riconnettersi con gli altri, dall’altro abbiamo il racconto della sua vita, fatto in prima persona, che assume prima i toni favoleschi e poi quelli drammatici, con l’inserimento di un piano che è difficile da definire, perché in equilibrio tra magico, divino e onirico.

the oaLa stessa narrazione ha modalità che vivono un profondo distacco, come mondi distinti che si sovrappongono ma mai si toccano veramente, se non per fuggevoli momenti, se non tramite la figura di The OA o Prairie, comunque la vogliate chiamare. Lo spettatore viene immerso in questa differenza, perché non è solo il contenuto a cambiare da un racconto all’altro, ma anche lo stile, con protagonisti differenti e con modalità di narrazione e compressione del tempo differenti.  Un narrato e un vissuto, dove la quantità di veridicità nel narrato si avverte costantemente come flebile, ma la cui bellezza, o il cui dramma, sono talmente abbaglianti da arrivare a non dubitarne mai se non marginalmente, pur nella sua incredibilità di fondo.

La bravura nella costruzione di The OA

Io ritengo che la bravura di un narratore stia spesso nel saper costruire delle storie che corrono su binari diversi e, saltando da una all’altra, far venire costantemente voglia allo spettatore di tornare a quella appena lasciata per vedere come prosegue. La bravura sta, appunto, nel far si che questo avvenga sempre, non importa quale linea narrativa si abbandoni o a quale si approdi. Questo succede in The OA, perché non appena si torna nel mondo “attuale” rispetto al racconto, così come quando succede l’inverso, improvvisamente si sente quel desiderio di tornare prima possibile a ciò che si è lasciato.

the oaL’altro elemento fondamentale di bravura è quello di far si che questi subplot non esistano solo in quanto tali, per esaurirsi nel nulla come spesso accade in storie di medio livello, ma nel fare in modo che, alla fine, entrambe le linee narrative siano necessarie l’una all’altra e che si arrivi ad un momento in cui queste si completino a vicenda e si uniscano a creare qualcosa che sia figlio di entrambe.

Anche questo in The OA succede e l’unione di queste traiettorie avviene in modo assolutamente non convenzionale, con un momento di stupore e che ha un retrogusto di “magico” che comunque lascia lo spettatore con delle domande su quello a cui ha realmente assistito. E non sono delle domande lasciate per creare un’ansia da cliffhanger o perché non si sapeva rispondere; a mio parere sono delle domande lasciate in sospeso per far si che quel momento di “magia” si prolunghi negli occhi di chi guarda anche ben oltre i titoli di coda.

La bravura di Brit Marling

Tutto il cast lavora molto bene, le interpretazioni sono calibrate alla caratterizzazione dei singoli personaggi, ma in generale sono intense e sofferenti, perché ognuno di questi uomini, donne e ragazzi sullo schermo, come quasi ognuno nel genere umano, ha delle fragilità e delle cicatrici che si porta dentro, a volte reprimendole, a volte esponendole.

THE OA brit marling best ofMa nella bravura del cast spicca totalmente Brit Marling che riesce a dare consistenza ad un personaggio difficilissimo, con molte storie e molte sfumature, rotto ma pieno di speranza, con dubbi e certezze, capace di grandi abissi ed inscredibili risalite, speranza e disperazione, euforia e abbattimento, in Brit Marling ogni emozione affiora in modi differenti, con diverse intensità e la sua presenza scenica è ammaliante.

Vale quasi da sola il prezzo del biglietto. Ma c’è pure il resto, basta avere pazienza.

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The OA

Sceneggiatura
Regia e fotografia
Recitazione

Intrigante

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About Andrea Sartor

Cresciuto a pane (ok, anche qualche merendina tipo girella o tegolino... you know what I mean... ) e telefilm stupidi degli anni 80 e 90, il mondo gli cambia con Milch, Weiner, Gilligan, Moffat, Sorkin, Simon e Winter. Ha pianto davanti agli uffici dell'HBO. Sogno nel cassetto: pilotare un Viper biposto con Kara Starbuck Thrace e uscire con Number Six (una a caso, naturalmente). Nutre un profondo rispetto per i ragazzi e le ragazze che lavorano duramente per preparare gli impagabili sottotitoli. Grazie ragazzi, siete splendidi

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