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The Handmaid's Tale

The Handmaid’s Tale 2: per Margaret Atwood sarà una chiamata alle armi

“Alcuni paesi, da qualche parte nel mondo, dovrebbero costruire dei monumenti per i giornalisti uccisi. Purtroppo sono molti ormai”, ha dichiarato Margaret Atwood a Vanity Fair domenica pomeriggio. Atwood si trovava a Manhattan in occasione del TimesTalks Festival, organizzato dal New York Times. In questa occasione, è stato inoltre proiettato il primo episodio della seconda stagione di The Handmaid’s Tale, il cui primo capitolo ha vinto numerosi premi, tra cui un Emmy. Sfortunatamente, Elisabeth Moss non ha potuto presenziare all’evento. “Ho proposto la costruzione di queste statue a diverse persone, tra cui Timothy Snyder, che ha scritto un nuovo libro, The Road to Unfreedom. Inizia proprio con una dedica ai giornalisti, gli eroi del nostro tempo. Molti di loro hanno parlato, trovato e dichiarato la verità, e sono stati uccisi”, ha aggiunto la Atwood.

The Handmaid’s Tale: una storia di donne forti oltre il fardello dell’oppressione

Non c’è da stupirsi se questo argomento è caro alla scrittrice, ha passato gran parte della sua prolifica carriera riflettendo proprio sui rischi del dire la verità, minando i poteri forti.

the handmaid's taleOra, all’ombra della presidenza Trump, che ha spesso minacciato la libertà di stampa attaccando grandi testate come il Times, la seconda stagione di The Handmaid’s Tale, che debutterà il 25 aprile sul canale Hulu, si propone di dare ancora più luce a figure che non riescono rimanere in silenzio nell’ombra, che lottano contro un sistema misogino ed oppressivo.

Donne forti, volitive, ma anche fragili, come June/Moss, o Moira/Samira Wiley, sono le protagoniste della seconda stagione di The Handmaid’s Tale.

The Handmaid’s Tale: una chiamata alle armi

Secondo la Atwood, questa seconda stagione sarà una vera e propria chiamata alle armi: “Non voglio che i cittadini americani abbandonino il loro paese per il Canada, assolutamente no, io voglio che rimangano nel loro paese e votino, agiscano”.

Ricordando la fine delle riprese della seconda stagione di The Handmaid’s Tale, inoltre, terminate a Tuscaloosa, Alabama, uno dei centri più rinomati fra i proseliti del Ku Klux Klan, Atwood ha ricordato della sconfitta subita, nel mese di dicembre, dal deputato Roy Moore, “una piccola scintilla di speranza per tutti”.

Sebbene il romanzo sia la fonte della trasposizione di The Handmaid’s Tale, Atwood ha confessato di trovare lo show grottesco: “Cattura l’attenzione, è viscerale, molto intenso. In parte è dovuto al lavoro eccellente degli attori del cast. E il personaggio di zia Lydia (che la scrittrice ha tratteggiato sui ricordi di una sua insegnante del liceo), è davvero terrificante, nonostante l’attrice che la interpreta, Anne Dowd, sia una persona squisita”. La Atwood, comunque, non ha visto il secondo episodio, poiché lo showrunner non glieli ha voluti mostrare, per mantenere la suspense.

E se fosse andata diversamente?

E se fosse stata eletta Hillary Clinton presidente degli Stati Uniti? The Handmaid’s Tale sarebbe stato così disturbante? “Sarebbe stato visto in maniera diversa, percepito in un altro modo” ha affermato la Atwood, “Sarebbe cambiato il contesto in cui sarebbe apparso sugli schermi, nient’altro.

the handmaid's taleLa storia di The Handmaid’s Tale ha sempre avuto come obiettivo dimostrare le ingiustizie accadute nel mondo, in quanto testimonianza letteraria. Come coloro che hanno scritto diari duranti grandi conflitti, nei campi di concentramento… in molti hanno agito così, rischiando le loro stesse vite. Per esempio Anna Akhamatova, una poetessa russa, ha scritto la poesia “Requiem” durante il periodo delle purghe staliniste.

E’ sopravvissuta sotto forma di frammenti, recitati dagli amici. Un po’ come nel finale di Fahrenheit 451, dove tutti i personaggi hanno imparato a memoria un libro, per non perderlo nel tempo”.

Leggete anche: la nostra recensione della prima stagione di The Handmaid’s Tale, brutale e necessaria

Atwood ha infine aggiunto: “Se uccidi la persona però, uccidi la memoria, ci sono pro e contro. Ma è ciò che è accaduto anche alla Akhmatova. Solo dopo la sua morte, tuttavia, è stato possibile liberare la sua memoria, ricostruire i pezzi”.

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Fonte: Vanity Fair 

About Ilaria Coppini

25, ormai laureata in Letterature e Filologie Euroamericane, titolo conseguito solo per guardare film e serie TV in lingua originale (sulle battute ci sto ancora lavorando). Almeno un'ora al giorno per vedere un episodio la trovo sempre, e Netflix è ormai il mio migliore amico. Datemi del cibo e una connessione veloce e scatenerete la binge-watcher che è in me.

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