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Taxi Driver

Taxi Driver: dopo quarant’anni, ancora un capolavoro

Quando ci addentriamo nella fitta selva oscura del cinema, può capitarci di avvistare qualche rigoglioso esemplare di sempreverde che spicca su un vasto sottobosco di pellicole ormai secche. Taxi Driver di Martin Scorsese, uscito nelle sale esattamente 40 anni or sono, è indubbiamente uno dei film culturalmente più floridi di questo magico ecosistema.

Taxi Driver quarant’anni dopo

La sua specificità è già evidente nel soggetto e nella sceneggiatura di Paul Schrader, cui va riconosciuto il merito d’aver mescolato in modo inedito i topoi del genere hard boiled tipico della narrativa di consumo americana con gli stilemi propri del decadentismo e dell’esistenzialismo europei. Ed ecco il risultato di quest’originale esperimento letterario: il giovane Trevis, interpretato da un pallido e magrolino Robert De Niro, vive a New York la vita solitaria ed alienata del reduce del Vietnam che, tornato in patria, si ritrova sepolto vivo in una sclerotica società tardo-capitalistica di cui non comprende il senso.

A causa della sua insonnia cronica, Trevis decide di prestare servizio notturno comeTaxi Driver tassista e ben presto impara a conoscere lo spettacolo fatiscente della notte newyorkese: dai quartieri a luci rosse alle zone più malfamate, dalla criminalità di strada alle nevrosi dei passeggeri. Si potrebbe dire che lo specchietto retrovisore del suo taxi (su cui insistono spesso l’occhio di Trevis e la cinepresa di Scorsese) diventa così il vero specchio dei tempi, una sorta di caleidoscopio del disagio individuale e collettivo.

Quando non lavora, Trevis scrive un diario (da cui sembra fluire, nelle sequenze riflessive, la voce fuori campo), guarda la tv e frequenta i cinema pornografici: come le strade che attraversa la notte, anche la sua vita scorre via all’insegna dello scacco esistenziale. La situazione si aggrava esponenzialmente quando il suo analfabetismo comportamentale gli preclude una storia con la desiderata Betsy, attivista del comitato elettorale del candidato alle presidenziali Charles Palantine. Così, giunto al limite della disperazione, Trevis decide di comprare delle pistole al mercato nero e di pianificare l’omicidio dello stesso senatore Palantine, cui il protagonista, proiettando in lui la sua frustrazione interiore, attribuisce lo statuto di «simbolo di tutto ciò che di male era successo a me». A complicare il suo piano sarà però l’incontro con la prostituta dodicenne Iris (l’allora esordiente Jodie Foster), la cui salvezza diventerà per il nostro quella ragione di vivere che tanto fervidamente egli cercava.

Studio di una psiche complessa

L’impatto duro, provocatorio del film deriva in modo primario dalla complessa psicologia di Trevis. Egli agisce nel mondo alla stregua di un soggetto autistico. Ha difficoltà nelle conversazioni e nei rapporti sociali, mostra incompetenza nella comprensione del reale, eppure – paradossalmente – è lucido nella sua spietata rappresaglia contro quel sistema di cui si vuole vendicare in modo simbolico proprio attraverso l’eliminazione di un senatore che promette di impegnarsi attivamente per un miglioramento della società.

Verso un motivo letterario…

Nell’odio per la figura positiva di Palantine si risolve il complesso di relazioni che Trevis intrattiene col mondo in modo disforico. Uno dei punti di forza del film sta infatti nell’esplicitazioneTaxi Driver della genesi della pulsione aggressiva del protagonista a partire dai fattori schizofrenogeni della società contemporanea. In ciò il comportamento di Trevis ricorda la misantropia dell’Erostrato di J.-P. Sartre, dove lo sparare sulla folla diventa, sulla scorta del surrealismo, l’ambigua metafora della vendetta dell’individuo cui la massificazione sociale nega, reificandola, la propria individualità. Secondo André Breton infatti «il gesto surrealista più semplice consiste nello scendere in strada, la pistola in pugno, e sparare a caso fin che si può sulla folla» (Secondo manifesto del surrealismo, 1929).

…e non solo!

Lo spessore di Taxi Driver non si ferma al riutilizzo di motivi letterari vecchi di cinquant’anni e nemmeno al tema – molto sentito negli USA – dell’attentato a personaggi politici, ma va oltre. Infatti, nello straordinario finale pulp del film, dove esplode la tensione accumulatasi in crescendo fin dall’inizio, la pulsione aggressiva di Trevis viene deviata contro ogniTaxi Driver aspettativa verso un esito pro-sociale: la liberazione della piccola Iris dallo sfruttamento del pappone Sport (Harvey Keitel) e della mafia locale. In questo scarto, che fa di Trevis un eroe osannato dall’opinione pubblica invece che lo psicotico killer del futuro presidente degli Stati Uniti che stava per diventare, si coagula lo sguardo disincantato, quasi satirico, della coppia Schrader-Scorsese. Adesso che il nostro ha ucciso i cattivi, anche Betsy – che l’aveva abbandonato impiantando nella sua mente l’idea di uccidere Palantine! – si ricrede sul suo vecchio corteggiatore e torna a guardarlo – tramite lo specchietto retrovisore del suo taxi – con occhi pieni di desiderio.

Eppure tutto ciò si deve ancora una volta all’inettitudine di Trevis: è il suo essere spostato che in modo contraddittorio lo fa diventare prima un mancato supercriminale e poi, senza alcun apparente rinsavimento morale o mentale, un acclamato benefattore. La redenzione del disadattato resta così ambigua e paradossale.

Un capolavoro del cinema di Scorsese

Rivisto oggi, Taxi Driver può essere definito con buone ragioni il film più personale, profondo e morboso di Martin Scorsese. Numerose e notevoli sono le qualità estetiche della pellicola. Basti pensare alla resa del lirismo urbano (memorabili, a partire dai titoli di testa, le luci della città sbavate dall’acqua che scola sul parabrezza del taxi) o all’espressionismo del massacro finale (reso ancora più cupo dalla desaturazione dei colori), uno dei più splatter che il cinema pre-tarantiniano conosca.

E come dimenticare lo struggente tema di sassofono della colonna sonora del grande Bernhard Herrmann che, morto durante la fase di post-produzione, è anche il dedicatario della pellicola? Un encomio particolare merita poi l’interpretazione di Robert De Niro, alle cui doti recitative va imputato il merito di aver costruito – verrebbe da dire, “allo specchio” – uno dei personaggi più complessi della storia del cinema.

Taxi Driver come punto di riferimento

Non stupisce pertanto che questo film sia uno dei punti di riferimento inevitabiliTaxi Driver dei registi più recenti: tanto per fare un esempio, dichiarato è l’amore che nutrono nei suoi confronti autori del calibro di Quentin Tarantino (che lo menziona nella sua celebre lista dei suoi 11 film preferiti) e Paolo Sorrentino (che omaggia il finale del film con il Toni Servillo rasato a zero del suo primo lungometraggio, L’uomo in più del 2001).

Tutto ciò fa di Taxi Driver un immortale caposaldo della settima arte: una parabola psicologica che è anche l’impietoso affresco della società contemporanea. Un film che ancora oggi, quarant’anni dopo, continua a provocarci puntandoci la pistola addosso.

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