Il settimo sigillo è recentemente tornato in sala per commemorare il centenario della nascita di uno dei più grandi registi di ogni tempo: Ingmar Bergman. Citato ed omaggiato da illustri registi, osannato dalla critica di ogni tempo, il maestro svedese è rientrato nei cinema italiani con la versione restaurata di uno dei suoi film più noti, realizzato nel 1957, e con protagonisti Max von Sydow, Bengt Ekerot, Gunnar Björnstrand e Bibi Andersson.
Il settimo sigillo: la trama

Il settimo sigillo: le nostre impressioni
Tra i film più noti di Bergman, Il settimo sigillo è un’opera complessa come poche. L’ispirazione biblica e l’angosciante tematica della morte ad accompagnare i protagonisti; il tono, a metà tra il lirico e l’epico; l’impostazione scenografica, di derivazione pittorica; la sofisticatezza dell’inquadratura. Sono questi elementi a farne un film denso e profondo, le cui direttrici tematiche sono il rapporto tra uomo e dio, tra vita e morte, tra fede e scetticismo.

Assodata la radicalità delle questioni in ballo, e la vastità oceanica di un pubblico interpellato non solo in qualità di semplice spettatore, occorre accantonare (contestualizzandole) alcune “pecche” delle quali potremmo tacciare Il settimo sigillo. Ad esempio, l’eccessiva schematicità della regia; o, ancora, il grande sforzo circa la sospensione dell’incredulità richiesto allo spettatore, costretto a misurarsi con una morte sensibile, cioè, in senso proprio, materialmente percepibile dagli occhi, dall’udito, dalla materialità del cavaliere. Perché l’imponenza de Il settimo sigillo sta proprio in questo (presunto) scarto: tra filmico e vita vera. È proprio nella figura del cavaliere Block che l’uomo-Bergman, prima ancora dell’artista, traspare con impressionante nitidezza. È in lui che vive una parte consistente del regista, quella che spera in dio ma teme l’ignoto; che avverte quasi la colpa di avere un «cuore vuoto» ma che, al tempo stesso, desidera ardentemente confessarsi. Che sente di aver sperperato la propria vita, e che cerca riscatto in una salvezza non necessariamente personale.

Il valore paradigmatico de Il settimo sigillo richiama in maniera esplicita l’influenza di un gigante della cinematografia mondiale: Carl Theodor Dreyer. Non solo sul piano tematico (angoscia, solitudine, morte), ma anche dal punto di vista squisitamente tecnico. La fotografia contrastatissima di certe scene, che richiamano anche l’espressionismo tedesco; una ripresa statica e reiterata, con lunghi piani che costringono l’occhio a focalizzarsi su dettagli infausti e simbolicamente eclatanti.

Tutto questo, e anche molto altro, rendono Il settimo sigillo una pellicola densa, stratificata e ragionata, dove nessun fotogramma è lasciato al caso. Il film mette in scena un’anima irrequieta e curiosa, uno spirito alla ricerca di risposte, e ci consegna persino un messaggio insolitamente ottimistico. Bergman, l’uomo che sfida la morte, finisce per scorgere un possibile orizzonte di salvezza lontano dall’intellettualismo, del quale – ironia della sorte – in molti accusano la sua opera. Che rimane, in ogni caso, perentoria, ineludibile e radicale. In un certo senso eterna, quanto gli interrogativi che pone.
Per ogni notizia e aggiornamento sul mondo dello spettacolo, cinema, tv e libri, vi consigliamo di seguire la nostra pagina Facebook
Intrattenimento.eu News e recensioni di cinema e serie tv