Compie quest’anno 50 anni uno dei film più acclamati e famosi di Roman Polanski. Un film che rappresenta una sorta di spartiacque nella carriera e nella vita del regista polacco. Rosemary’s Baby è infatti l’ultimo film prima della strage compiuta da Charles Manson – fatto che sarà al centro del prossimo film di Tarantino in uscita nel 2019 – e che porterà alla morte della moglie del regista polacco Sharon Tate e del figlio che l’attrice aveva in grembo.
I 50 anni di Rosemary’s Baby: un capolavoro…allucinante

Dopo aver rappresentato il suo “spazio chiuso claustrofobico” con l’introduzione di un castello e di una villa – rispettivamente in Per favore non mordermi sul collo e Cul de sac – Polanski torna a collocare la sua ambientazione all’interno di un appartamento come aveva già fatto con Repulsion. Anche in Rosemary’s Baby assistiamo alla creazione di uno spazio che prende vita e si fa protagonista all’interno della narrazione. Col passare dei minuti l’appartamento di Rosemary diventa sempre stretto e teatro di eventi inquietanti che passano dal sogno – o allucinazione – alla realtà vera e propria. L’ambiguità, quindi, dirige la narrazione e non cessa nemmeno nel finale, in cui assistiamo allo sguardo sconvolto della protagonista mentre osserva per la prima volta il proprio bambino – mantenuto fuori campo – all’interno di una culla nera. Quest’occultamento contribuisce a reggere l’ambiguità fino in fondo, senza dare allo spettatore la soddisfazione di una chiarezza. Così facendo Polanski mantiene attivo quel «concetto di perdita» attorno alla figura del piccolo. Rosemary ritrova il figlio ma nonostante tutto l’ha «perso».
Ancora una volta il grandangolo e la profondità di campo rilasciano una tensione claustrofobica, con le pareti e il soffitto che tendono a stringersi attorno alla protagonista per alimentarne le ansie più profonde e gli eccessi di delirio, mentre fuori New York sembra lontana e indefinibile nella sua riconoscibilità come idea polanskiana vuole. Il tutto viene appesantito da un sapiente gioco di luci e ombre.
Rosemary’s Baby: 136 minuti per 2 Oscar

136 minuti di pellicola e di finezze registiche che varranno a Polanski due nomination agli Oscar (con la vittoria nella categoria di Miglior Attrice non Portagonista per Ruth Gordon), quattro ai Golden Globe (con la vittoria sempre di Ruth Gordon) e il David di Donatello come Miglior Regista Straniero.
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