Home / Recensioni / Triple Frontier: la recensione del film Netflix di J. C. Chandor con Ben Affleck
Oscar Isaac e Ben Affleck in Triple frontier

Triple Frontier: la recensione del film Netflix di J. C. Chandor con Ben Affleck

Triple Frontier è un film distribuito da Netflix a partire al 13 marzo. Diretta da J. C. Chandor e sceneggiata da Mark Boal, la pellicola vede come protagonisti Oscar Isaac, Ben Affleck, Garrett Hedlund, Pedro Pascal e Charlie Hunnam.

Triple frontier: la sinossi

Ben Affleck in Triple frontier

Santiago (Isaac), militare statunitense, riesce a localizzare l’abitazione di un ricchissimo narcotrafficante sudamericano. Al fine di derubarlo, cerca di convincere alcuni colleghi – ormai fuori dal giro delle missioni internazionali – a seguirlo nel cuore della foresta brasiliana, in un’operazione totalmente al di fuori di ogni copertura militare statunitense. Tom (Affleck), William (Hunnam), Ben (Hedlund) e Francisco (Pascal) si troveranno coinvolti in una missione ai limiti dell’impossibile.

Triple frontier: le nostre impressioni

Triple frontier può essere considerato sotto ogni aspetto il perfetto surrogato di certo cinema statunitense, del quale esibisce ed amplifica al massimo grado le tendenze più commerciali e, in un certo senso, semplicistiche. Triple Frontier, infatti, coniuga azione ed avventura, riprese in esterni d’indubbio impatto visivo e buoni sentimenti, contornando tutto da una morale che abbraccia sempre i soliti, irrinunciabili, intenti moralistici.

Oscar Isaac in Triple frontier

Il soggetto, firmato da Mark Boal, è più che essenziale: cinque uomini, certi di poter e dover pretendere di più da una vita spesa al servizio della bandiera statunitense, prendono parte ad un’impresa ai limiti dell’impossibile per riscattare una vita fatta di pericoli e sacrifici. I (soliti) mezzi: armi, elicotteri e sangue freddo. L’obiettivo (altrettanto scontato): milioni di dollari. Nulla che si discosti minimamente dal solco del solito film di genere. Ma da un premio Oscar quale Boal – premiato per la migliore sceneggiatura originale nel 2010 con The Hurt Locker – sarebbe stato lecito aspettarsi qualche sforzo e sfumatura in più. Persino i protagonisti risultano tratteggiati con una certa stanchezza ed approssimazione, e sembrano legati, oltre che da un sentimento prossimo alla fratellanza, anche da una cupidigia che sfocerà presto in eccessiva – e difficilmente credibile – avventatezza. Il fatto che proprio dei militari cadano preda di madornali errori di valutazione fa riflettere parecchio sull’intera struttura del film. Ed a nulla serve qualche spruzzata di sentimentalismo elargita con altrettanto prevedibile tempismo: non c’è nemmeno l’ombra di un minimo approfondimento psicologico. La riflessione sul valore del denaro, che accompagna tutta la vicenda, è scontata oltre ogni limite, ed appesantisce ulteriormente un film che non ha nulla di innovativo o imprevedibile da dire in merito.

Ben Affleck, Garrett Hedlund, Pedro Pascal e Charlie Hunnam in Triple frontier

La regia e la sceneggiatura di J. C. Chandor si adeguano all’andazzo generale fatto di aria e tematiche stantie, ma sanno anche regalare momenti di adrenalina e sana azione. Triple Frontier mostra il suo lato migliore soltanto nella seconda parte, quando i cinque protagonisti sono chiamati a fuggire dalla schiera di nemici. Pur trattandosi di un film costruito chiaramente sui canoni dell’action, le sequenze di pura e semplice azione non abbondano. A ciò, il regista sopperisce con scene in cui la suspense è costruita in maniera più che accettabile, con i classici colpi di scena e le immancabili svolte narrative che obbligano i protagonisti a misurarsi con un paesaggio che si fa via via più impervio. Anche su quest’ultimo punto, quello delle location, Triple Frontier si dimostra un prodotto abbastanza pregevole. La cornice delle Hawaii, da sola, garantisce paesaggi di rara bellezza, impreziositi da riprese in campi lunghissimi che regalano scorci mozzafiato. Questo, qualora ce ne fosse stato bisogno, non fa che evidenziare l’enorme investimento di risorse – principalmente economiche – che rende il cinema d’azione statunitense, francamente, quasi inarrivabile.

Nonostante la travagliatissima genesi, Triple Frontier ha visto finalmente la luce ed ha potuto contare sulla buona prova di Oscar Isaac, che continua a dare conferme del proprio talento. Lo stesso non può dirsi invece di Ben Affleck, all’ennesima occasione mancata della sua lunga e deludente carriera attoriale. Incolore come sempre, Affleck pare ormai trascinarsi stancamente davanti alla macchina da presa, e sprofonda nel confronto con Isaac.

Triple frontiers

Valutazione globale - 5.5

5.5

Action scontato, salvato solo da fotografia e riprese a tratti notevoli

User Rating: Be the first one !

Triple frontier: giudizio in sintesi

Ben Affleck in Triple frontier

Triple Frontier costituisce il perfetto surrogato dell’action commerciale americano: riprese in esterni di assoluto pregio; azione; una serie di uomini comuni con vocazione all’eroismo; il sentimento patriottico, intrecciato con la voglia di riscatto e di una vita finalmente libera dai problemi della quotidianità. Tutto questo è Triple Frontier, il cui soggetto, firmato da Mark Boal, rivela una sconfortante somiglianza con un qualsiasi altro action commerciale. La trama, più che essenziale, soffre di un ritmo compassato nella prima metà, e si riscatta (parzialmente) solo in seguito, anche se più per merito di una fotografia che ritrae splendidi paesaggi. Il film non emoziona nemmeno ricorrendo alle stucchevoli riflessioni sul senso dell’amicizia e del denaro, ed offre un ritratto dei protagonisti che talvolta risulta irritante. Oscar Isaac è la sola nota positiva per quanto concerne gli attori, subissando il collega Ben Affleck in un confronto che, alla lunga, si rivela impietoso.

Per ogni notizia e aggiornamento sul mondo dello spettacolo, cinema, tv e libri, vi consigliamo di seguire la nostra pagina Facebook

About Vito Piazza

Tutto inizia con Jurassic Park, e il sogno di un bambino di voler "fare i film", senza sapere nemmeno cosa significasse. Col tempo la passione diventa patologica, colpa prevalentemente di Kubrick, Lynch, Haneke, Von Trier e decine di altri. E con la consapevolezza incrollabile che, come diceva il maestro: "Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato".

One comment

  1. Ottima recensione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *