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Ride: la recensione del primo lungometraggio di Valerio Mastandrea

Ride, presentato in anteprima al Torino Film Festival, è il primo lungometraggio di Valerio Mastandrea, con protagonisti Chiara Martegiani, Renato Carpentieri, Stefano Dionisi e Milena Vukotic.

Ride: sinossi

Chiara Martegiani in RideDopo la morte di Mario Secondari, vittima di un incidente sul lavoro, i suoi familiari devono fare i conti con l’assenza e l’elaborazione del lutto. Sua moglie Carolina (Martegiani), seppur straziata, non riesce a piangere; il piccolo Bruno, suo figlio, ne inscena i funerali simulando un’intervista giornalistica; il padre (Carpentieri) ed il fratello di Mario, invece, faranno i conti con i reciproci – ed irrisolti – dissapori.

Ride: le nostre impressioni

A dispetto di una trama che potrebbe far pensare ad un dramma cupo e disperato, Ride – da pronunciarsi rigorosamente in italiano – è un film che già nel titolo quasi ossimorico manifesta il suo intento programmatico. Mastrandrea guarda alla morte ed al lutto, ma con uno sguardo peculiare ed anticonvenzionale. Ride, appunto.

Chiara Martegiani in RideLa trama si snoda a partire da un fatto terribile, ovvero una morte bianca. I suoi effetti potrebbero essere potenzialmente esplosivi nel contesto antropologico di riferimento. Il comune di Nettuno, alla periferia di Roma, incarna vizi e virtù di un centro in costante espansione ma che è ancora afflitto dagli atavici problemi di un qualunque indotto industriale, che, sebbene piccolo, resta il centro gravitazionale di disordini, speranze e, appunto, lutti. È questo il contesto che Mastandrea sceglie e descrive, pur senza approfondire più di tanto le istanze critiche o problematiche.

Ride è un film per chi resta, per chi è in un certo senso “costretto” a rimanere nel mondo dei vivi, fatto di convenzioni sociali talvolta soffocanti ed insopportabili. L’assenza luttuosa (quella di un giovane che è contemporaneamente padre, marito, figlio e fratello) non serve ad un’agiografia del defunto, men che meno a mettere in scena personaggi “a tutto tondo”. Mastandrea piuttosto scandaglia le diverse modalità attraverso le quali i protagonisti affrontano il lutto e, soprattutto, il loro modo di esternarlo. La moglie Carolina, pur affranta e circondata da copiosi pianti e ricordi accorati di coloro che hanno conosciuto il marito, non riesce a versare una lacrima. Il figlio Bruno, di conseguenza, ha un modo tutto particolare di manifestare questo disagio, e rimprovera la madre di menefreghismo. E padre e fratello del defunto partono proprio dall’assenza per risolvere, di presenza, ruggini mai veramente affrontate. Ne La grande bellezza, Jep Gambardella parlava dell’imbarazzo dello stare al mondo. È proprio questo disagio esistenziale ad essere sempre esibito in Ride, incarnato al massimo grado da una moglie incapace di manifestare il suo dolore in modi socialmente accettati, o più semplicemente usuali.

Di tutt’altro tono e impostazione rispetto a La nostra vita di Luchetti, sebbene di medesima ambientazione, la pellicola di Mastandrea non guarda alla morte ed al disfacimento familiare con lo stesso occhio penetrante e vigile; non approfondisce più di tanto certe dinamiche sociali date dal contesto di riferimento. Il suo affresco mostra uno sguardo intimo, ma decisamente più scanzonato, forse ancora incerto nel gestire con mano ferma gli spunti di una trama che si perde in qualche punto. Al suo esordio nel lungometraggio, il regista romano pare trovarsi più a suo agio nella descrizione dolce/amara che nella critica sociale, appena accennata.

Nel parlare di ciò che rimane dopo la morte e di ciò che resta di irrisolto al di là del lutto, Ride mostra comunque l’invidiabile pregio di una narrazione lineare e semplice, leggera ma al tempo stesso densa, dove il sorriso – a volte amaro ed a volte divertito – si intreccia in perfetto equilibrio con un dolore che non è mai disperato e angosciato. Il regista sembra guardare con un occhio sempre tenero e bonario i suoi protagonisti, persino nelle situazioni emotivamente più tese o nei momenti più complicati e struggenti. Esibendo, al tempo stesso, qualche scena di indubbio fascino e di assoluto fascino.

Renato CarpentieriIn un film interamente giocato sull’evoluzione psicologica dei protagonisti, scandagliata attraverso dialoghi spesso rivelatori, si deve registrare la sorprendente prova di Chiara Martegiani. La sua recitazione, trattenuta e controllatissima, suscita uno straniamento tale da far percepire allo spettatore tutto il disagio dato dalla dissonanza tra le ragioni del cuore e le istanze sociali. In questo caso, Mastandrea coglie perfettamente nel segno: il modo inconsueto – ed involontario – di esternare il dolore ha poco a che fare con l’autenticità del sentimento. Solo dietro il sipario delle convenzioni e dell’occhio sociale, forse, è possibile riscoprire la propria vena autentica, intima, irriducibile.

Sorprendente, infine, la colonna sonora di Riccardo Sinigallia ed Emiliano di Meo. Ogni nota è in sintonia assoluta con l’immagine, e Mastandrea, del resto, mostra assoluta padronanza nel gestire pause e riprese musicali.

Ride

valutazione globale - 5.5

5.5

Un film ancora acerbo

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Ride: giudizio in sintesi

Chiara Martegiani in RideCon Ride, Valerio Mastandrea si concentra su un lutto e sulle sue ricadute psicologiche e familiari. Senza approfondire troppo il contesto antropologico di riferimento della vicenda, il film si focalizza esclusivamente su coloro che rimangono, costretti a misurarsi in modi diversi con le aspettative sociali e con l’elaborazione/esibizione del dolore. Il pregio migliore di Ride sta certamente nella calibratissima mescolanza di sentimenti e stati d’animo: riso e dolore, introspezione e spensieratezza. Il regista non tedia lo spettatore, si trova più a suo agio nel descrivere con sguardo tenero e quasi fanciullesco l’evoluzione dei suoi personaggi, piuttosto che nell’approfondire dinamiche e storie date da un preciso (e problematico) contesto contemporaneo. Alcune soluzioni espressive di indubbio fascino, una colonna sonora azzeccatissima, e soprattutto la recitazione controllata e straniante di Chiara Martegiani, non riescono comunque a dare a Ride l’impulso definitivo. Tuttavia, pur all’interno di un generale un senso di incompiutezza, il primo lungometraggio del regista romano lascia ben sperare.

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About Vito Piazza

Tutto inizia con Jurassic Park, e il sogno di un bambino di voler "fare i film", senza sapere nemmeno cosa significasse. Col tempo la passione diventa patologica, colpa prevalentemente di Kubrick, Lynch, Haneke, Von Trier e decine di altri. E con la consapevolezza incrollabile che, come diceva il maestro: "Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato".

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