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The Founder: la recensione del film di John Lee Hancock

The Founder è il quinto lungometraggio di John Lee Hancock, un regista che negli ultimi anni si è specializzato in biopic su personaggi che del cosiddetto american dream hanno fatto la storia. Dopo Saving Mr. Banks (2013), che ha come soggetto l’acquisto dei diritti del romanzo Mary Poppins da parte del magnate Walt Disney, l’ultima fatica di Hancock ci espone la vicenda umana che sta alla base della fondazione della McDonald’s Corporation, la più grande compagnia di fast-food al mondo.

La trama

Affidato alla penna di Robert D. Siegel (sceneggiatore di The Onion Movie, The Wrestler e Big Fan), il film segue il percorso di autorealizzazione di Ray Kroc (Micheal Keaton), il rappresentante di una ditta di frullatori che nel 1954 scoprì le potenzialità economiche di un rivoluzionario ristorante per famiglie aperto a San Bernardino dai fratelli Dick (Nick Offermane) e Mac McDonald (John Carroll Lynch).

Il sistema messo a punto dai McDonald, che consentiva la cottura e la consegna in 30 secondi di gustosi hamburger di manzo, appare agli occhi di Kroc una vera rivoluzione, la traduzione per ristoranti della catena di montaggio introdotta da Henry Ford nell’industria pesante statunitense. Fiutando l’affare della sua vita, il rappresentante di frullatori propone ai fratelli McDonald di avviare una catena di fast-food tramite un sistema di franchising su larga scala. In tal modo i ristoranti McDonald’s, sostiene Kroc, diventeranno <<la nuova Chiesa americana>>.  I due esitano temendo di perdere il controllo diretto sugli standard qualitativi dei nuovi locali ma Kroc è convincente e l’ambizione supera sui timori.

“La McDonaldizzazione della società”

Inizia così la grande manovra imprenditoriale ed edilizia – non priva di sacrifici e difficoltà da parte del nostro Ray Kroc –  che portò a quel fenomeno definito dal sociologo George Ritzer “la McDonalidizzazione della società”. Ritengo non solo possibile, ma anche necessario individuare un parallelo con un film che ha raccontato l’invenzione e il trionfo di un altro colosso statunitense che, alla pari di McDonald’s, è divenuto un sinonimo della globalizzazione, The Social Network di David Fincher (2010). La nascita di Facebook, infatti, segue più o meno la stessa parabola tracciata da The Founder: un’idea partorita dalla mente di due fratelli viene tradotta, ampliata e infine “rubata” da un terzo, quel Mark Zuckerberg che diventerà il più giovane miliardario della Terra.

Lo stesso dicasi per Kroc, che cinquant’anni prima di Zuckerberg, riesce ad arrogarsi con metodi non certo diplomatici  il titolo di fondatore di un vero impero globale. La sua creatura è oggi una multinazionale che, stando ai dati riportati dal film, nutre quotidianamente l’1% della popolazione mondiale.

L’estetica “fast-food” di The Founder

the founderCome si traduce tutto ciò sul piano formale del film? Con un linguaggio frastico e lineare tipico della narrativa di consumo. La regia di Hancock, quasi preoccupata di andare oltre la  narratività, resta piuttosto piatta.  Deboli e un tantino superficiali sono le tracce di approfondimento psicologico dei personaggi e la prestazione di Micheal Keaton, reduce dall’ottima performance di Birdman e dalla partecipazione al pluripremiato Spotlight, non brilla più del tanto. L’impressione è che il film replichi a livello formale la logica del fast-food: un prodotto un po’ scontato che non si distingue dalla fiumana di altre pellicole che l’industria cinematografica americana continua a sfornare, per così dire, “in 30 secondi”.

Un film “politically correct” (e “trumpiano”)…

In conclusione, resta significativo che nel trattare questo capitolo della storia americana il film di Hancock giunga esplicitamente non alla critica di un controverso sistema alimentare, bensì all’elogio della perseveranza che ha animato l’American dreamer Ray Kroc. In questa soluzione politically correct sta, a mio avviso, un elemento moralistico tipico del cinema USA, una sorta di apologia del mito dell’uomo che si fa da sé che è anche nostalgia dell’America degli anni ’50. Eppure nella rappresentazione data dal film non v’è (volutamente?) traccia alcuna del lato oscuro di quegli anni dominati dai postumi della Guerra di Corea e dallo spettro del Maccartismo. Tutto ciò esprime molto bene, in ultima analisi, l’idealizzazione passatista che sembra caratteristica degli USA di Donald Trump.

Attenzione, con ciò non voglio dire che il film sia politicamente schierato: semplicemente penso che, al di là delle intenzioni dei creatori del film, The Founder rifletta alcune coordinate storico-sociali tipiche del nostro tempo. E il fatto che tali coordinate inconsce non vengano consciamente problematizzate resta probabilmente il più grande limite del film.

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The Founder

Valutazione globale

Un film piatto e "politically correct"

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