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Captive State: la recensione

Captive State: recensione del film di Rupert Wyatt con John Goodman

Captive State è il nuovo film di Rupert Wyatt, attualmente al cinema.

Captive State: sinossi

Captive State: la recensione

Distretto di Pilsen, Chicago, 2028. Nove anni prima la Terra è stata invasa da una civiltà aliena che, dopo aver agilmente messo in ginocchio l’umanità, ha negoziato un armistizio con le maggiori potenze globali. Gabriel Drummond (Ashton Sanders) è un giovane rimasto orfano durante l’invasione e vive nel mito del fratello Rafe (Jonathan Majors), terrorista considerato deceduto durante un attentato contro i leader. Quest’ultimo, però, è vivo e vegeto, e sta organizzando una nuova azione, mentre il commissario William Mulligan (John Goodman) cerca di fermarlo avendo scoperto l’esistenza della rete sovversiva.

Captive State: le nostre impressioni

Captive State: la recensione

Rupert Wyatt firma qui il suo quinto lungometraggio, misurandosi ancora una volta con un lungometraggio di genere dopo L’Alba del Pianeta delle Scimmie The Gambler. Captive State è, infatti, un racconto sci-fi imbevuto di critica sociale come lo era la rivolta dei primati oppressi guidati dallo scimpanzé Cesare o la vita da truffatore per necessità di Mark Wahlberg.Questa volta si narra un conflitto sociale e politico calato in un contesto di futuro prossimo, imboccando percorsi più vicini alla La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo che a una rivisitazione della La Guerra dei Mondi.Anche qui si racconta, infatti, la lotta di un popolo oppresso contro una governance ibrida di colonizzatori alieni e il famoso 1% della popolazione più ricca e influente del pianeta.

In tal senso, i personaggi sono elaborati come vere e proprie pedine disposte sulla plancia del grande domino su cui si dipana la sceneggiatura; gli stessi alieni hanno un ruolo quasi marginale, in quanto sfruttati per argomentare la tesi di lotta sociopolitica alla base del film. Il vero nemico è quasi un’autorità orwelliana, non vive sullo stesso piano dei suoi opponenti e, come nelle moderne guerre cibernetiche, è quasi del tutto dematerializzato. Il conflitto viene espresso, infatti, come una lotta tra chi ha ritrovato un rapporto con la tecnologia digitale (la regia indugia molto sulle azioni manuali da parte dei ribelli) e la leadership globale, un’entità che sorveglia a distanza l’intera umanità. L’ambientazione nei depressi sobborghi di Chicago è funzionale a rappresentare questa regressione necessaria per resistere all’invasione. Gli stessi alieni sono sorprendentemente vulnerabili se affrontati nel corpo a corpo come si scoprirà nel film, a suffragio per certi versi di questo contrasto costante tra mondo analogico e digitale.

Captive State: la recensione

Per quanto riguarda invece le prove attoriali, emerge la prova intensa di Jonathan Majors nel ruolo dell’impavido Rafe, l’ambiguo commissario di John Goodman, che puntualmente offre un’interpretazione generosa e ricchissima di sfaccettature, e l’enigmatico ma decisivo ruolo rappresentato con la solita classe innata da Vera Farmiga. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Wyatt e dalla moglie Erica Beeney, riesce a raccontare con un filtro di genere uno dei maggiori turbamenti che serpeggia oggi in Occidente, ossia il timore di una deriva autoritaria imposta dall’establishment come rimedio alle tensioni generate dallo scollamento tra popolo ed elite. La narrazione risente, tuttavia, di un montaggio troppo confuso nelle fasi più tese, non rendendo scorrevole e ritmata con il giusto respiro il susseguirsi degli eventi. Anche il nutrito lavoro di sottrazione sui personaggi inficia sulla profondità decisiva per acuire l’identificazione del pubblico.

Captive State

valutazione globale - 6.5

6.5

Un'opera sci-fi originale che attinge più da Gillo Pontecorvo che dai classici del genere.

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Captive State: giudizio in sintesi

Captive State: la recensione

Captive State è un prodotto di genere convincente, per certi versi originale (anche per l’estetica dimessa), che avrebbe avuto bisogno di un maggior lavoro sui personaggi, resi troppo funzionali al congegno narrativo al cuore del film stesso. L’impianto narrativo, sicuramente complesso e affascinante, avrebbe richiesto, inoltre, un diverso medium per essere sviluppato in maniera più dettagliata ed efficace, rimanendo ingabbiato, se non altro per il minutaggio, nei paletti dell’opera cinematografica. Il risultato è comunque di valore e, soprattutto, non banale; anzi Captive State getta le basi per poter essere riletto in futuro come perfetto vademecum per leggere i nostri tempi, pieni di tensioni e scollamento tra popolazione ed élite.

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About Giulio Mantia

Sono un immoderato consumatore di film improvvisatosi recensore amatoriale. Cerco di scrivere di cinema nei limiti delle mie conoscenze ed evitando di farla fuori dal vaso. Accetto volentieri critiche, osservazioni e confutazioni. Il mio film preferito è senza dubbio Dal Tramonto all'Alba di Rodriguez/Tarantino, un'allegra miscela di delirio e badassment che riesce sempre a rallegrarmi.

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