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Paddleton, Ray Romano, Mark Duplass

Paddleton: la recensione del film disponibile su Netflix

Disponibile su Netflix dal 22 febbraio, Paddleton è il nuovo film di Alex Lehmann, una tragicommedia con protagonisti Mark Duplass e Ray Romano, presentata nell’ultima edizione del Sundance Film Festival.

Paddleton: la sinossi

Michael (Duplass) e Andy (Romano), sono due amici e vicini di casa, che trascorro gran parte del loro tempo insieme, mangiando pizze riscaldate al forno, giocando a Trivial Pursuit e a paddleton (quest’ultimo, una variante del paddle tennis inventata da loro) e riguardando ogni sera lo stesso film di arti marziali. La loro routine simbiotica viene sconvolta quando Michael scopre di avere un cancro incurabile, e decide di mettere fine alle sue sofferenze prima che il dolore diventi insopportabile. Chiede così a Andy di affiancarlo per un ultimo viaggio insieme.

Paddleton: le nostre impressioni

Il regista Alex Lehmann e lo stesso Duplass – anche produttore e co-sceneggiatore della pellicola – scelgono la strada del minimalismo per raccontare una bromance, cioè una storia che ha come protagonisti due (o più) figure maschili, legate da un forte affetto di tipo non sessuale. Una regia e una trama, quindi, ridotte all’osso, una vicenda incentrata esclusivamente sui due personaggi principali e poche (irrilevanti) comparsate. I protagonisti in questione, sono due uomini di mezza età, entrambi soli, entrambi un po’ sociopatici, che sviluppano un legame quasi perfetto e appagante attraverso una routine fatta di cose semplici, essenziali, e divertenti per entrambi.

Paddleton, Mark Duplass, Ray Romano

Anche i due caratteri profondamente diversi si amalgamano benissimo: Michael è pacato, razionale, affronta tutto con estrema calma, anche la scelta di stroncare preventivamente le sue prossime sofferenze con dei farmaci legalmente in commercio. Andy, dal canto suo, è un nevrotico ossessivo, sempre sulla difensiva, terrorizzato dall’idea di rimanere solo, senza la quotidianità perfetta creata col suo migliore amico.

Sono tutti elementi che compongono un materiale in partenza interessante, che può suscitare diverse domande e diversi spunti di riflessione dalla parte di chi guarda, sia a livello intimistico, sia delle relazioni umane, che a livello sociale. Eppure a questo film manca qualcosa. A nostro avviso, Paddleton è privo di quell’elemento in grado di sviscerare i temi in questione, rendendoli più coinvolgenti: la carica emotiva. Manca forse questo, e non solo, a un film per cui si è deciso di andare sul sicuro, di osare poco, se non verso la fine. Manca l’andare più a fondo alle questioni, la cura del dettaglio, il soffermarsi sul particolare con più attenzione.

Un esempio, infatti, può essere lo stesso paddleton, il gioco inventato da Andy e Michael che, non a caso, dà il titolo al film. Dovrebbe rappresentare il simbolo del loro legame, perché un gioco che conoscono solo loro. Invece Lehmann si limita a mostrarcelo semplicemente in un paio di brevi scene, come a sottolineare la presenza di qualcosa che c’è ma su cui non è importante soffermarsi. E così si potrebbe dire dell’intera opera. Tutto viene toccato, accarezzato, ma in maniera fredda, senza quella delicatezza che meriterebbe, lasciando lo spettatore poco coinvolto, distaccato, anziché emotivamente vicino ai due protagonisti.

Duplass e Romano, tuttavia, reggono bene l’impianto scenico, se la cavano nel gioco di coppia e sono buoni interpreti dei loro personaggi, riuscendo a raggiungere in alcuni punti, dei picchi recitativi di livello più che discreto. Ma vengono risucchiati, loro malgrado, dall’atmosfera asettica che si respira dall’inizio alla fine, tanto che anche il tema del viaggio, sia fisico che metaforico, l’ultima avventura di Michael e Andy insieme, perde di potenza, e non riesce a lasciare il segno.

Paddleton

Valutazione globale - 6

6

Intenzioni ottime, ma poche emozioni

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Paddleton: giudizio in sintesi

Con Paddleton, Alex Lehmann voleva raccontare una storia umanamente profonda, scandita da amicizia, ironia, affetto, litigi e riconciliazioni, resistenza al pensiero della perdita, e riluttanza a lasciarsi sopraffare dal dolore della malattia, raggiungendo la morte nel modo più indolore possibile. Un tentativo che, seppur portato a termine senza sbavature da un lato, dall’altro lascia l’amaro in bocca di un’occasione sprecata, in cui si sarebbe potuto narrare qualcosa di meno, per mostrarci qualcosa di più. Ciò non toglie che alcuni sprazzi di poesia e tenerezza, i due interpreti hanno saputo regalarceli.

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