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Mute

Mute: la recensione del nuovo film Netflix di Duncan Jones con Alexander Skarsgård

Mute, nuovo film sci-fi dalle sfumature cyberpunk, ormai tanto care alle produzioni Netflix più recenti (come ad esempio Altered Carbon), segna il ritorno alla regia di Duncan Jones. Dopo il grande successo ottenuto col film di debutto Moon (2009), in cui appare Sam Rockwell, il giovane regista sembrava promettere bene nel panorama del cinema sci-fi. I suoi lavori successivi, Source Code e il criticatissimo Warcraft, hanno portato solo critiche aspramente difficili da digerire per Jones, che nonostante tutto si è rimesso dietro la macchina per lavorare su questo nuovo progetto Netflix. Seguendo quello che sembra essere un richiamo “ancestrale”, Duncan riprende idealmente le fila di Moon, se non che in Mute se ne ritrova solo l’ambientazione, in un prodotto con spunti positivi ma uno scheletro fragile e un Alexander Skarsgård intenso.

Mute: la sinossi

MuteBerlino, 2052. Leo Bailer (Alexander Skarsgård), barista statuario ma dai modi gentili, lavora in un club gestito da loschi individui insieme alla fidanzata Naadirah (Seyneb Saleh). Leo è un uomo sensibile, la cui imponente fisicità si accompagna a modi gentili che esprimono ciò che non può fare a parole: l’uomo, infatti, ha perso la capacità di parlare a seguito di un incidente in tenera età. A causa della religione amish, condivisa da lui e dalla famiglia, Leo non si è sottoposto all’intervento che poteva ridargli la parola. Ingabbiato in un silenzio forzato, Leo si trova a dover affrontare molti pericoli, soprattutto in seguito alla scomparsa dell’amata Naadirah. Alla ricerca della donna, Leo si imbatte in figure bifronti, come il disertore e chirurgo americano Bill Cactus (Paul Rudd), eccentrico quanto instabile, e Duck Teddington (interpretato da un quasi irriconoscibile Justin Theroux), ex commilitone di Cactus, nonché dottore filantropo dalle pulsioni perverse. In una Berlino sordida e dedita al vizio, la purezza di Leo viene messa a dura prova, nella disperata ricerca della ragazza dai capelli blu che riesce a capire i suoi silenzi come nessun altro.

Mute: le nostre impressioni

MuteMute è una produzione che si lascia guardare, in 120 minuti circa di piacevole visione, a tratti intervallata da scene dalle tematiche alquanto forti quali la pedofilia e la prostituzione violenta. In un mondo sordido, sporco, la cui oscurità morale e fisica è intervallata da sprazzi di luce artificiale, richiamando le atmosfere di Blade Runner 2049 e Altered Carbon, non c’è molto spazio al coraggio narrativo. I buoni presupposti per un film di alta qualità ci sono, e si ritrovano nell’ambientazione cyberpunk e in un personaggio dalla marcata sensibilità quale Leo. In questo senso Skarsgård è colui che rende Mute un prodotto di una certa qualità: dotato di un’espressività intensa e misurata, Alexander Skarsgård è riuscito a rendere al meglio un personaggio forte, duro, provato dal silenzio, in cui ha trovato la sua dimensione, senza che questo soffocasse la sua profonda umanità. Inoltre, l’attore è riuscito ad esprimere un mondo intero, racchiuso in Leo, senza dover marcare eccessivamente modi e le espressioni, con una naturalezza non facile da gestire. Nonostante questo, Leo non è un personaggio eroico, né tantomeno anti-eroico: è un semplice uomo che cerca disperatamente la donna che sa tramutare in parole i suoi silenzi, senza però eccedere nell’azione, che non viene fatta risaltare con un’attenta cura delle inquadrature, pressoché assenti.

MuteMute sembra essere, nonostante l’ambientazione fuorviante, un film il cui focus è sulle relazioni interpersonali: che sia quello fra Leo e Naadirah, tra Naadirah e l’istrionico Luba (Robert Sheehan), fra Cactus e l’adorata figlia Josie, ogni azione sembra essere motivata dall’affetto che lega le persone le une con le altre. Al di fuori della relazione fra Leo e Naadirah, l’altro rapporto largamente sviluppato è quello d’amicizia che lega Cactus e Duck. Il primo, americano stereotipato dai baffoni ridicoli e la passione per le camice hawaiiane e i chewing-gum, è un uomo irascibile e alcolizzato, che giustifica le sue azioni violente con il desiderio di proteggere chi ama. Duck è un individuo che cela dietro la sua patina integerrima un lato oscuro, che in fine rivolge all’amico a cui tanto vuole bene. I due sono stati commilitoni in guerra, e non si sa come mai si siano ritrovati in questa Berlino squallida e violenta. Le strade dei due amici e quella di Leo convoglieranno in un modo inaspettato, ma che non fa di certo scintille. Sembra che il bene e la purezza alla fine trionfino, ma ci si chiede a quale prezzo si possa ottenere tutto questo.

I titoli di coda, inoltre, rivelano una grande sorpresa: Duncan Jones dedica Mute ai genitori defunti, Mary Angela Barnett e David Robert Jones, aka David Bowie. Il film sembra quindi assumere una sfumatura diversa, che fa venir voglia di rivedere Mute con occhi nuovi, ponendoci alcune domande “Cosa significa essere genitori? Cosa implica volere bene a qualcuno? Cosa saremmo disposti a fare per chi amiamo?”. Su questa nota malinconica si chiude Mute, che ha il valore di insegnarci che, in un modo così caotico, un silenzio vale più di mille parole.

Mute

Valutazione globale - 6.5

6.5

Quando il silenzio vale più di mille parole

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Mute: un giudizio in sintesi

MuteMute è un film che non sa sfruttare al meglio le ambientazioni cyberpunk e un personaggio ricco di sfumature come quello di Leo, incredibilmente ben interpretato da Alexander Skarsgård. La narrazione è traballante e la sua struttura si piega sotto il peso di un’intertestualità con altri prodotti simili come Altered Carbon e Blade Runner; inoltre, viene gravata di pesi troppo grandi a livello tematico. In sintesi, Mute è un prodotto che si lascia guardare volentieri, in particolare grazie al cast e ad un Alexander Skarsgård che regge tutto lo scheletro del racconto. Se alla fine della visione non rimane molto del film in sé, il messaggio finale di Jones colpisce dritto al cuore, ed apre un silenzio assordante.

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About Ilaria Coppini

25, ormai laureata in Letterature e Filologie Euroamericane, titolo conseguito solo per guardare film e serie TV in lingua originale (sulle battute ci sto ancora lavorando). Almeno un'ora al giorno per vedere un episodio la trovo sempre, e Netflix è ormai il mio migliore amico. Datemi del cibo e una connessione veloce e scatenerete la binge-watcher che è in me.

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