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Matt Dillon e Bruno Ganz - La casa di Jack

La casa di Jack: recensione dell’ultimo film di Lars von Trier

La casa di Jack, ultimo, controverso film di Lars von Trier, è in sala dal 28 febbraio. Presentato fuori concorso, tra le polemiche, all’ultima edizione del Festival di Cannes, la pellicola vede tra i protagonisti Matt Dillon, Bruno Ganz e Uma Thurman.

La casa di Jack: sinossi

Matt Dillon in La casa di Jack

Jack (Dillon), ingegnere e serial killer con disturbi ossessivo-compulsivi, è in viaggio verso l’aldilà insieme a Verge (Ganz). Nel corso di una sorta di seduta psicanalitica, Jack narra al compagno di viaggio le vicende che l’hanno portato ad essere ciò che è, o che aspira ad essere: un artista dell’omicidio, il vate del(la bellezza del) disfacimento della vita

La casa di Jack: le nostre impressioni

Matti Dillon - La casa di Jack

Lars von Trier torna a colpire il pubblico con un’opera dalla potenza inaudita e dalla profondità oceanica. La casa di Jack, che lo stesso regista di Copenaghen ha descritto come il suo film più violento e disturbante, è una summa della sua intera poetica. La violenza, la crudeltà, la spietatezza della vita che, per riflesso, è insita nella natura umana, sono tutti topoi che vengono affrontati e sviscerati con lucidità cristallina e con una razionalità metodica – quasi architettonica, potremmo dire. La casa di Jack è solo in apparenza un film che narra delle efferatezze di un serial killer, dato che la riflessione di von Trier spinge lo spettatore molto più lontano, e cioè in quei territori che hanno indagato filosofi e sui quali hanno speculato tutte le religioni esistenti, con chiara ed inevitabile precedenza accordata all’universo cristiano.

Matt Dillon - La casa di Jack

La casa di Jack costringe lo spettatore a confrontarsi con scene estremamente cruente che a tratti sconfinano nello splatter. Eppure von Trier non intende colpire per il solo piacere sadico di disgustare il pubblico. Il suo obiettivo, semmai, è quello di rendere manifesta la sua più intima concezione della vita, la chimica (non troppo) nascosta delle cose. Dove, per “cose”, intendiamo con lui anche gli uomini, le donne e le madri, i bambini e gli animali, le piante e gli agenti atmosferici. Tutto, nel disegno vontrieriano, è materia che obbedisce ad una propria, precisa volontà, e il riferimento a Nietzsche torna con chiarezza. Il Jack-oltreuomo è tale perché incarna perfettamente la concezione vontrieriana di colui che non solo ha accettato, ma anche esaltato la violenza e la sopraffazione insita in ogni cosa ed azione, facendone arte e, alla fine, icona. E se ogni cosa, nell’ottica del regista come di Eraclito, ha in sé il germe del suo opposto, il giudizio di valore non può che svanire. A patto, ovviamente, di riconoscere la parzialità e l’arbitrarietà di ogni costruzione culturale-religiosa: è soltanto nell’iconografia che l’agnello si erge a simbolo eterno di purezza e candore, ma la tigre che lo azzanna – come Jack fa con i suoi pezzi di carne – non compie che il proprio scopo, la sua Volontà necessaria.

Bruno Ganz e Matti Dillon - La casa di Jack

Le riflessioni sullo statuto dell’arte, con l’accostamento tra  i corpi accatastati o martoriati da vari regimi totalitari e certe costruzioni architettoniche, sono elementi che fanno di La casa di Jack un’opera quantomeno controversa e difficilmente difendibile, cioè accettabile solo per il pubblico disposto ad accantonare un (qualsiasi) giudizio morale e propenso ad abbracciarne uno estetico ed estatico, forse cinico e perverso, ma non per questo banale o superficiale. Il viaggio nella casa di Jack non è solo un itinerario nella mente lucida e al tempo stesso folle di un serial killer, piuttosto un’odissea filosofica sul tema onnicomprensivo del doppio, all’interno del quale trovano posto provocatorie tesi sul dualismo mente/corpo; sull’arte e sull’estetica del disfacimento materiale, inteso come processo organico parte integrante ed essenziale della vita stessa; sulla ferocia ed indifferenza di un mondo brutale; sul concetto dostoevskijano della punizione divina; sull’apollineo e il dionisiaco, coppia di opposti moralmente ingiudicabile; infine, sulla resistenza di ogni azione compiuta al di là del bene e del male alla spiegazione medica, scientifica, psicologica.

Matt Dillon - La casa di Jack

Come ogni altra opera di von Trier, anche La casa di Jack affonda le radici nella raffinatezza delle citazioni e nell’ironico narcisismo dell’autocitazione, quasi a voler sbandierare a tutti i costi la paternità di un’opera che farà discutere per molto tempo. L’orizzonte visivo e semantico dantesco è chiaro sin dalla prima voice-off, e questa scelta ribadisce l’antica passione del regista danese per i miti ed i poemi alla base della cultura europea. In tal senso, il film è e rimane per tutto il tempo intrinsecamente europeo, lontano anni luce da ogni esigenza latamente commerciale. Eppure von Trier, pur narrando sempre di se stesso, opta per una messinscena che non possiamo definire in altro modo: sontuosa. La meravigliosa fotografia è il perfetto compendio del film, nel suo essere  paradigmaticamente doppia. Essa, infatti, alterna il grigiore e l’immobilismo cadaverico della lucida follia di Jack, con la violenza cromatica del rosso. Unico fluido presente sullo schermo, è il medesimo rosso che scorre nelle vene e negli inferi, e che emblematicamente Jack si troverà ad indossare in uno dei momenti nei quali il suo dionisiaco prenderà il sopravvento sull’apollineo.

Matt Dillon - La casa di Jack

Von Trier associa le proprie scene a suoni e spezzoni di documentari storici, di architettura, aviazione, botanica, tirando in ballo anche gli animali, la caccia, il rituale. Calibrando tutto organicamente, scomodamente ed arbitrariamente, attraverso un montaggio sartoriale e curato nel millimetro, per un esercizio di stile che non risulta mai freddo e che alterna l’impostazione formale con la migliore tradizione connotativa, che renderebbe orgoglioso il maestro  Ėjzenštejn.

In mezzo alla sterminata vastità di tematiche e suggestioni suggerite da La casa di Jack, impossibili da sviscerare in poche righe, l’interpretazione di Matt Dillon è assolutamente perfetta. Quello che traspare dalle sue espressioni non è soltanto lo sguardo folle dell’omicida, ma qualcosa di più complesso e fine. Dillon incarna allo stesso tempo il freddo calcolo architettonico e l’esaltazione furiosa, quasi vitale e necessaria del cacciatore che si avventa sulla preda; incarna il dolore, l’ossessione e la compulsione, a volte anche l’ironia cinica, beffarda e scorretta (perciò, tipicamente vontrieriana) di un mondo insensibile e cruento. Pronto, grazie all’estro di von Trier, a farsi arte persino nei suoi risvolti più riprovevoli e sacrileghi.

La casa di Jack

valutazione globale - 8.5

8.5

Estremo, iconoclasta, violento e sublime: von Trier all'ennesima potenza.

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La casa di Jack: giudizio in sintesi

Matt Dillon - La casa di Jack

La casa di Jack è probabilmente uno dei film più perversi e disturbanti di Lars von Trier, un’opera di rara bellezza e di enorme carica emotiva. Al suo interno trovano spazio tutti i topoi della poetica del regista danese: la violenza, la crudeltà e la spietatezza della vita, filtrati attraverso l’esperienza di un serial killer che, all’apice della provocazione vontrieriana, intende rendere artistico persino l’omicidio più brutale ed efferato. Nel corso dei minuti è sempre più evidente che il film esondi verso orizzonti ben più ampi di quelli dello schermo, coniugando riflessione filosofica (Eraclito e Nietzsche) e religiosa, psicanalisi ed arte, in un crescendo ritmico ineccepibile. Riflessione sul tema del doppio, l’opera di von Trier ostenta il narcisismo sterminato e giustificatissimo dell’auto-citazione, sceglie coltissimi riferimenti danteschi e si spinge verso territori difficilissimi da difendere, nel tentativo di conciliare in una superiore estasi artistica i più beceri crimini di una mente malata e le sue pulsioni di morte.

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About Vito Piazza

Tutto inizia con Jurassic Park, e il sogno di un bambino di voler "fare i film", senza sapere nemmeno cosa significasse. Col tempo la passione diventa patologica, colpa prevalentemente di Kubrick, Lynch, Haneke, Von Trier e decine di altri. E con la consapevolezza incrollabile che, come diceva il maestro: "Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato".

One comment

  1. Ottimo

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