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Alessandro Borghi ne Il primo re

Il primo re: recensione del film su Romolo e Remo di Matteo Rovere

Il primo re è il quinto lungometraggio di Matteo Rovere, in precedenza produttore della  trilogia di Smetto quando voglio e autore di Veloce come il vento, che ha ottenuto il nastro d’argento nel 2016

Il primo re: sinossi

Siamo nel 753 a.C. Romolo e Remo sono due pastori che vivono in riva al Tevere ancora ignari di ciò che il destino riserverà loro. Colpiti da un’improvvisa inondazione del fiume si salvano per miracolo ma vengono catturati dai guerrieri di Alba che a quel tempo imperversavano nella zona. Assieme ad altri prigionieri saranno costretti a participare ad una lotta nel fango il cui perdente viene dato alle fiamme sotto gli occhi della vestale Satnei, custode del fuoco. Ma i due hanno un piano che li porterà a tentare la fuga, assieme agli altri lottatori coatti.

Il primo re: le nostre impressioni

Rovere con questo film ha permesso allo spettatore di inalare tutto il  profumo acre delle vicende ancestrali raccontate e ha riportato in vita i recessi oscuri dell’umanità, densi del sangue delle lotte e di riti fuori dal tempo come l’arte (detta aruspicina) di leggere il futuro dalla lettura di interiora animali. Animato da un notevole talento visivo il regista romano ha avuto buon gioco nel riverberare il potenziale di enfasi dovuto alle ambientazioni crude e inquietanti del film.

Alessandro Borghi e Tania Garribba ne Il primo re

Matteo Rovere sceglie una regia tesa, sempre nel cuore dell’azione, che spesso si sofferma voyeristicamente sui particolari della scena (il rito di Romolo con il quale inizia il film, il banchetto effettuato dal clan nella foresta con carne cruda sono due esempi) e usa talvolta angolazioni della macchina da presa particolarmente pronunciate per catturare l’attenzione dello spettatore e allo stesso tempo per dare un senso di straniamento (lo faceva anche un grande come Orson Welles nell’Orgoglio degli Amberson, con le dovute distinzioni tra un mostro sacro e un giovane talentuoso). Fecondo risulta infatti il connubio trai corpi logori di sangue e fango degli attori e il contesto selvaggio che li circonda, per rappresentare la quale il regista  si è avvalso di elementi primordiali: acqua, terra, fuoco e foresta per mostrare una natura arcaica, inquietante, il cui mistero è ancora totale. Quasi mai si è in piena luce: a costituire l’ambiente di questo film sono la notte, la foschia, la pioggia, il fango e il fitto di una vegetazione che nonostante si trovi in teoria vicino a noi nello spazio non offre alcun richiamo di familiarità.

Alessandro Borghi ne Il primo re

Anche quando la luce rischiara la scena c’è sempre qualche elemento che crea un divario tra spettatore e scena, per esempio  la scelta di far parlare gli attori in protolatino, a rimarcare tutta la distanza tra i due mondi, il nostro e quello del 753 a.c. Matteo Rovere è riuscito così a dare un’immagine vivida di quel lontano passato, di rara emozione. Fra le cose più’ belle del film c’è il personaggio della vestale Satnei, (grande prove  di Tania Garribba, attrice napoletana al primo film), dotato di grande forza visiva e spessore drammaturgico, in bilico tra accenti demoniaci, contegno  intransigente e momenti di umanità, come quando sembra sul punto di cedere alla forza quasi sovrumana di Remo/Borghi (grande prova anche la sua) chiedendosi se egli stesso sia un dio.

Il primo re

valutazione globale - 7.5

7.5

Evocativo

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Il primo re: giudizio in sintesi

Alessandro Borghi ne Il primo re

Matteo Rovere ha fatto un film intenso, in cui coabitano talento, notevole attenzione alla forma (il protolatino ricostruito grazie alla consulenza dei semiologi della Sapienza, la scena dell’inondazione del Tevere eseguita con una metodologia, afferma il regista, mai messa in pratica in Italia prima d’ora) e un senso chiaro del taglio da dare al materiale narrativo, rielaborando il genere peplum attraverso una non comune potenza evocativa grazie al dinamismo e alla ricerca raffinata della costruzione visiva che ha caratterizzato qui la sua regia. La lavorazione è stata particolarmente impegnativa per gli attori ha detto l’attore napoletano Alessandro Lapice che interpreta Romolo, a causa del fatto di essere spesso seminudi sotto la pioggia o nel fango.

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About Tommaso Perissi

Scopre la magia del cinema d'autore verso la fine degli anni 90 grazie ad una videoteca vicino alla stazione di santa maria novella che offre titoli ancora in vhs...poi frequenta saltuariamente vari cineforum in giro per la città

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