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Glass

Glass: recensione dell’ultimo film di M. Night Shyamalan

Glass è il titolo dell’ultima opera di M. Night Shyamalan, sequel di Unbreakable – Il predestinato (2000) e Split (2016). Nel cast figurano James McAvoy, Samuel L. Jackson, Bruce Willis e Betty Buckley.

Glass: la sinossi

James McAvoy

David Dunn (Willis) si mette sulle tracce di Kevin Wendell Crumb (McAvoy), alias “La bestia”, ancora libero di mietere vittime. Una dottoressa (Buckley), specializzata nella cura di disturbi psichiatrici, tenta di catturarli al fine di guarirli dalla loro malsana convinzione di essere dei supereroi, ma nel frattempo l’ ”Uomo di vetro” (Jackson) ha escogitato un piano diabolico più grande di quanto si possa immaginare.

Glass: le nostre impressioni

Samuel L. Jackson

Il capitolo conclusivo della trilogia sui supereroi ideata da Shyamalan solleva qualche perplessità. Certo, Glass conferma tutte le acclarate doti del regista indo-americano, manipolatore di intrecci e creatore di prospettive e punti di vista inaspettati ed insoliti all’interno delle proprie narrazioni. Con Glass, Shyamalan ribadisce anche una sorta di linea editoriale già intrapresa in precedenza, quando si presentò come abile traduttore di topoi fiabesco-fantastici (in questo caso, “super-eroistici”) all’interno di una prospettiva prettamente cinematografica. E, se vogliamo, in un certo senso “adulta”, prosaica, terrena. L’operazione richiama così gli intenti di The village (2004) e di Lady in the water (2006), ma in parte anche quelli di Signs (2002). Con Glass il mondo dei supereroi esce dagli angusti corridoi delle fumetterie e si ritaglia il proprio posto nell’immaginario cinematografico colto, in quanto – piaccia o no – innegabilmente autoriale.

Eppure Glass si limita a prendere le mosse dai topoi fumettistici per poi abbandonarli abbastanza presto. Il triangolo disegnato da Kevin Wendell Crumb, David Dunn e dall’”Uomo di vetro” è infatti prossimo alla stasi assoluta. Pochissima azione; pochissimi scarti tra la vita quotidiana dei protagonisti e l’eccezionalità di un’esistenza condita da poteri straordinari; appena due momenti di scontro tra La bestia e Dunn; minimi gli accenni al pregresso dei tre protagonisti. Glass è una vera e propria seduta di gruppo dei tre protagonisti sotto l’occhio vigile della dottoressa Buckley. E sono proprio le scene della seduta a costituire gli indicatori dell’intento profondo della pellicola.

La dinamica che si sviluppa tra i personaggi è infatti terapeutica, imperniata per definizione sulla razionalizzazione dell’irrazionale/anormale, sulla cura di una devianza: i villains si configurano come dei “comuni” malati di mente, con una dottoressa intenta a ricondurli alla ragione. Una scelta, quella di Shyamalan, che sebbene attraversi l’intera sua filmografia qui si rivela poco convincente in virtù del soggetto del film. Normalizzare l’archetipica figura del supereroe in tutte le sue forme e declinazioni, in ogni tempo ed in ogni luogo, significa depotenziarne parzialmente il messaggio e la portata. È inevitabile che la narrazione risenta dunque di una specie di vizio di forma, che ne mina alla base la portata. In base alle premesse, Glass ha ben poco spazio per presentare sviluppi narrativi significativi. Il messaggio che trapela (stavolta senza lo sconvolgente effetto-sorpresa, vero e proprio marchio di fabbrica di Shyamalan) depotenzia ancor di più, a posteriori, la logica sottesa al film. Ricorrere alla trappola complottistica oggi tanto di moda è un’operazione per certi versi inevitabile, ma poco consona al regista, dal quale – forse a torto – il pubblico si aspetta sempre il finale ad effetto. Ancor più grave è il fatto che lo spettatore mediamente avveduto riesca ad intuire gli sviluppi sin da alcuni osceni scambi di battute, che suscitano un’involontaria ilarità.

Sarah Paulson

È una vera fortuna che Glass conti sull’interpretazione di un McAvoy in splendida forma. Il suo trasformismo espressivo, la sua fisicità, i suoi sguardi in macchina rapiscono l’attenzione in pochissimi secondi, finendo col catalizzare unicamente sulle spalle del suo personaggio tutta la carica emotiva del film. Nessuno degli altri interpreti, infatti, riesce a reggere il confronto. Bruce Willis non si discosta mai da un paio di espressioni predefinite, e che, ormai stereotipate, presta quasi con noncuranza ad ogni suo personaggio. Samuel L. Jackson ha l’attenuante di essere inchiodato ad una sedia a rotelle, ma anche la sua prova – nei rarissimi momenti in cui il suo personaggio è chiamato in causa – è insufficiente. Infine Betty Buckley, sulla quale occorre tacere per umano senso di decenza.

Nel complesso, Glass esibisce una fotografia senza infamia e senza lode, di gran lunga più convincente rispetto ad una sceneggiatura che cade spesso nel ridicolo. Shyamalan filma senza ricorrere a soluzioni tecniche particolarmente ardite, né a movimenti di macchina irresistibili. Qualche effetto di computer-grafica, unito a sporadiche e scolastiche soggettive, conferiscono un minimo dinamismo ad un’opera che non si discosta mai dai canoni del cinema di piatto e puro intrattenimento.

Glass

Valutazione globale - 5

5

Villains depotenziati all’interno di un film superficiale, di – scarso – intrattenimento

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Glass: giudizio in sintesi

James McAvoy

Con Glass giunge a conclusione la trilogia sui supereroi ideata da Shyamalan, che così torna a tradurre topoi fiabesco-fantastici all’interno di una prospettiva prettamente cinematografica e, in un certo senso, prosaica. L’operazione suscita parecchie perplessità. Glass soffre di un certo immobilismo e mancanza di azione, elementi che mal si adattano al soggetto ideato. Il risultato complessivo – che sconta anche l’enorme pecca di essere ampiamente prevedibile – è quello di depotenziare, normalizzandolo, il messaggio incarnato dal supereroe stesso. A nulla serve la gran prova di McAvoy, di una spanna sopra tutti gli altri interpreti (gravemente insufficienti). Nulla può salvare una sceneggiatura davvero superficiale. Nessuna nota di merito per quanto riguarda la restituzione scenica, insignificante come del resto l’intero film.

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About Vito Piazza

Tutto inizia con Jurassic Park, e il sogno di un bambino di voler "fare i film", senza sapere nemmeno cosa significasse. Col tempo la passione diventa patologica, colpa prevalentemente di Kubrick, Lynch, Haneke, Von Trier e decine di altri. E con la consapevolezza incrollabile che, come diceva il maestro: "Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato".

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