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Dogman – La recensione del nuovo film di Matteo Garrone

È finalmente uscito nelle nostre sale Dogman, il nuovo attesissimo film diretto da Matteo Garrone. In competizione per la Palma d’oro alla 71a edizione del Festival di Cannes, la pellicola si ispira liberamente ad un fatto di cronaca nera avvenuto nel 1988 a Roma, nella periferia della Magliana, il cosiddetto “delitto del Canaro”. Per la sua interpretazione, Marcello Fonte si è aggiudicato il premio per la migliore interpretazione maschile a Cannes.

Dogman: la sinossi

DogmanIn una degradata periferia al confine immaginario tra Lazio e Campania, Marcello trascorre le sue giornate a lavoro nel suo piccolo centro di toelettatura per cani, chiamato “Dogman”: qui, lo vediamo accogliere non solo l’adorata figlioletta Alida, con la quale progetta uscite e viaggi esotici, ma anche Simone, un ex pugile che semina il panico nel quartiere e che approfitta in ogni modo della sua bontà. Uomo mite e remissivo, Marcello non sarà presto più disposto a tollerare i soprusi di Simone e, determinato a recuperare la propria dignità, cercherà di mettere in atto la sua vendetta che, però, avrà un esito del tutto sconvolgente.

Dogman: le nostre impressioni

DogmanPiù concreto di Gomorra, più suggestivo de Il racconto dei racconti: ecco come si presenta di primo acchito Dogman, la nuova pellicola di Matteo Garrone che, stando all’opinione della critica internazionale, pare già affermarsi come una delle opere più interessanti dell’ultima edizione del Festival di Cannes. Maestro nel cristallizzare le sue storie in dimensioni prive di qualsiasi coordinata spazio-temporale autentica, sospese in bilico tra finzione e realtà, Garrone ripropone con Dogman lo stesso procedimento che lo avevo portato a sviluppare la vicenda de L’imbalsamatore, ispirandosi ad un fatto di cronaca per reinventare un racconto dai tratti surreali e universali. Così, il regista romano ambienta la sua storia in un’Italia tanto fittizia quanto veritiera, rappresentata da una desolata e fatiscente area urbana che diventa il teatrino sgangherato della narrazione: a costituire il fulcro della vita del quartiere, oltre alle attività di spaccio, vi sono la toeletta per cani di Marcello, un compro oro, una trattoria, qualche club e sala slot machine, e degli asettici edifici di periferia. Gli abitanti di questo microcosmo uggioso e lugubre sono pochi: Marcello, quello “buono”, Simone, quello “cattivo”, e un ristretto vicinato, emblema di una società in degrado che riflette, in un gioco geodeterministico, il paesaggio circostante. Questi sono gli assi portanti su cui si sviluppa la narrazione: una trama scarna, ridotta all’osso, così come lo sono le azioni e i sentimenti incarnati dai personaggi di Garrone.

Se ci soffermiamo in particolare sul rapporto tra Marcello e Simoncino, ci accorgiamo di come il regista voglia suscitare nello spettatore emozioni decise e, allo stesso tempo, discordanti: da una parte la compassione per la bontà e la supina condiscendenza di un uomo esile che ama la sua bambina e il suo lavoro, dall’altra l’intolleranza nei confronti di un bullo violento e dispotico. Una perfetta dicotomia che, inquadrata nella dinamica della vittima e del carnefice, genera insofferenza. Per quasi tutta la durata della pellicola, che tesse la sua trama in modo lineare se non fatale, lo spettatore spera in un riscatto di Marcello, tanto da confidare nella sua generosità: se riesce a domare il terribile pitbull in apertura del film, riuscirà di sicuro a placare anche Simone, dal quale, in fondo, vuole farsi voler bene.

DogmanIl connubio tra l’impeccabile regia di Garrone e le straordinarie performance dei protagonisti Marcello Fonte ed Edoardo Pesce (senza trascurare quelle secondarie di Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Laura Pizzirani, Aniello Arena, Nunzia Schiano o, ancora, della piccola Alida Baldari Calabria) è in questo senso impressionante: la macchina da presa si trasforma in una lente di ingrandimento che scruta nell’animo umano, lo priva di ogni sfaccettatura psicologica accessoria, riportando a galla l’essenziale dei sentimenti e degli istinti di cui i due interpreti principali si fanno magistrali portavoce. Lo spettatore si trova insomma di fronte ad un bivio, davanti al quale Garrone non suggerisce però una pista da seguire: egli si limita all’osservazione e alla testimonianza dei fatti, senza mai farsi coinvolgere direttamente.

Sfatata di ogni drammaticità, la storia di Dogman ci porta addirittura a rimettere in causa i confini tra umanità e bestialità, basti pensare allo sguardo compassionevole dei cani di Marcello dopo lo scontro finale con Simone. Attraverso una narrazione che attinge tanto al crime quanto al western, senza però spogliarsi degli espedienti della commedia, Garrone riesce a sublimare l’efferatezza e a rendere così credibile l’incredibile, firmando un vero e proprio capolavoro capace di far vibrare le corde più intime dell’anima.

Dogman

valutazione globale - 8.5

8.5

Un capolavoro che basa la sua vera forza nell’essere essenziale

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Dogman: un giudizio in sintesi

DogmanCon il suo nono lungometraggio, Matteo Garrone concepisce un’opera personale e profonda in cui l’essenziale si carica di una potenza evocativa senza precedenti nella sua filmografia. È proprio la ricerca dell’essenzialità che fa di Dogman un film così autentico e toccante: trama, ambientazione e personaggi vengono studiati con acuta precisione per offrire una rappresentazione degli istinti primordiali dell’uomo, in un perfetto equilibrio tra pathos e tecnica. Quella di Garrone è una pellicola completa, che, dopo aver scavato a fondo nella realtà umana, lascia lo spettatore in uno stato di insofferenza e incredulità. Un film girato nell’ombra, in cui le luci non sono contemplate se non per rischiarare proprio l’oscurità dei sentimenti umani.

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