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Dilili a Parigi: recensione

Dilili a Parigi: recensione del cartone animato di Michel Ocelot

Dilili a Parigi è il quinto lungometraggio di Michel Ocelot, regista di origini francesi che si è ritagliato il suo successo con l’indimenticabile Kirikù e la strega Karabà.

Dilili a Parigi: sinossi

Dilili è una bambina kanak-francese che è riuscita ad arrivare a Parigi e a vivere agiatamente sotto la protezione di una nobile. Dotata di grande coraggio e maturità, stringerà amicizia con Orel, un corriere che si sposta in tricicletta e che la porterà alla scoperta di Parigi e a conoscere personaggi famosi e intellettuali. Ma nel frattempo nella capitale francese vengono rapite numerose bambine e Dilili e Orel cercheranno di far chiarezza su queste scomparse misteriose.

Dilili a Parigi: le nostre impressioni

Dilili a Parigi: recensione

Il personaggio di Dilili è la risultante della poetica e dello stile di Michel Ocelot, dal momento che in esso convergono l’esotismo dei personaggi protagonisti dei suoi film precedenti e la raffinatezza dei personaggi nobili da lui rappresentati, il coraggio che caratterizzava il piccolo Kiriku e la maturità posata dei personaggi più adulti (come quelli di Azur e Asmar e Principi e principesse). Ma è anche un personaggio che si fa anacronisticamente portavoce di messaggi estremamente attuali affrontati anche nella filmografia più recente e maggiormente premiata. La storia di Dilili, doppione femminile e ben vestito di Kirikù poiché incredibilmente sveglia e desiderosa di far luce su eventi misteriosi e inquietanti, denuncia senza mezzi termini sia le difficoltà dell’integrazione razziale sia le radicali disuguaglianze di genere. Non solo lei è potenziale vittima come le sue coetanee scomparse, che una società patriarcale violenta e sotterranea cerca di soggiogare brutalmente, ma è anche la straniera fuggitiva che cerca di integrarsi in una società che la rigetta. Se nella sua terra d’origine aveva la pelle troppo chiara, a Parigi le viene rimproverato di avere la pelle troppo scura.

In una Parigi raccontata nei suoi estremi, dagli zoo umani (altrimenti detti esposizioni etnografiche, istituite per gli europei curiosi di vedere quanto fossero diversi gli uomini primitivi nel loro stato “naturale”) agli impressionisti, dal darwinismo sociale alla ricerca scientifica di Marie Curie, dalla disuguaglianza di genere all’astro splendente di Sarah Bernard, Dilili e Orel arrivano a conoscere realtà profondamente diverse, dalle rivoltanti fogne agli splendori dell’Opéra Garnier, e un variegato ventaglio di personaggi, dagli intellettuali, artisti e scienziati ai criminali minacciosi e pericolosi, responsabili della scomparsa delle bambine. Quelle atmosfere ctonie che si percepivano in tutta la loro inquietante potenza in Kirikù vengono qui riproposte al di fuori del contesto puramente fiabesco, per condurre una riflessione su come anche la società francese della Belle Époque, sfarzosa e stimolante nell’immaginario collettivo, potesse nascondere delle realtà più oscure di quanto vogliamo immaginare o ricordare. L’eccezionalità della giovane eroina non fa che aiutare la trasposizione anacronistica di problematiche che ci riguardano, purtroppo, molto da vicino. Al contempo però, il suo carattere spigliato e maturo le permette di entrare in contatto con molte delle personalità geniali che gravitavano attorno alla capitale francese tra fine XIX e inizio XX secolo, per ricordarci il fervore culturale dell’epoca.

Dilili a Parigi: recensione

Fascino e entusiasmo, disincanto e determinazione: sono questi i filtri attraverso cui Dilili osserva Parigi, attraverso cui Michel Ocelot vuole illustrarci una città dannatamente bella e controversa, nella quale lo sviluppo culturale e artistico e brutalità criminale e violenza si ritrovano a convivere. Per coniugare questi caratteri drasticamente diversi, il cantore francese dei paesi africani e pioniere di un’animazione alternativa a quella disneyana ricorre nuovamente al suo stile inconfondibile, affinato attraverso il ricorso alla grafica digitale raffinata in Azur e Asmar, e perfettamente in grado di tingere di vagamente fiabesco un racconto con contenuti a tratti piuttosto oscuri. Con una freschezza di dialoghi tipica dei film dell’infanzia e di disegni che coniugano la lezione artistica di Toulouse-Lautrec alla già sperimentata tecnica delle silhouettes (con la quale Ocelot ha costruito il suo minore Principi e principesse), seguiamo Dilili nelle strade parigine così come avevamo rincorso la Zazie del film di Raimond Queneau, lasciandoci affascinare da un’estetica tutta particolare.

Il risultato finale è quello di un film estremamente piacevole, adatto alle famiglie e a spettatori di età differenti, poiché in grado di raccontare con attenta grazia dei contenuti potenzialmente molto pesanti e violenti. I più grandi sorridono e si apprestano a spiegare alcune scene ai più piccoli, mentre questi ultimi possono seguire facilmente, e non senza qualche momento di suspence, una storia nella quale si possono immedesimare.

Dilili a Parigi

valutazione globale - 7

7

Un'omaggio incantevole alla Belle Époque intrecciato con questioni di attualità

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Dilili a Parigi: giudizio in sintesi

Dilili a Parigi: recensione

Attento e raffinato, il quinto lungometraggio di Michel Ocelot racchiude in se stesso un racconto adatto ad un pubblico di tutte le età e messaggi che hanno una grande rilevanza nel contesto socio-politico contemporaneo. Le questioni dell’integrazione razziale e della disuguaglianza di genere trovano nello stile e nell’approccio del regista francese una veste narrativa ed estetica accessibile anche al pubblico più giovane. Per quanto l’originalità dirompente di Kirikù non venga qui (ri-)raggiunta, Dilili a Parigi condensa diversi aspetti e punti di forza dell’opera d’animazione di Michel Ocelot, che si riconferma come artista cinematografico estroso e particolare, in grado, in questo caso, di trasporre la riflessione sulla diversità culturale e sociale nella vulcanica e controversa Parigi della Belle Époque, qui esteticamente omaggiata dall’animazione stessa.

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