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Captain Fantastic

Captain Fantastic: Recensione del film con Viggo Mortensen

Il miglior film della XI Festa del Cinama di Roma, presentato nella sezione Alice nella Città, Captain Fantastic potrebbe sembrare un film di supereroi. Tuttavia dietro un titolo alla Marvel, troviamo un bel dramma sul conflitto tra una famiglia non ortodossa con la società moderna. L’attore Matt Ross, qui al suo esordio come captain fantasticsceneggiatore e regista, grazie anche alla fotografia di Stéphane Fontaine (Premio César per la fotografia con Tutti i Battiti del mio Cuore e Il profeta), ha creato una bellissima e commovente rappresentazione del rapporto tra un padre e i suoi 6 figli.

Viggo Mortensen (Aragorn nella trilogia de Il signore degli Anelli e candidato all’Oscar per La promessa dell’assassino di David Cronenberg) interpreta uno dei suoi migliori ruoli. In questo dramma riflessivo quale è Captain Fantastic, interpreta un padre non convenzionale determinato ad allevare i suoi sei figli nel modo che egli ritiene più opportuno.

Captain Fantastic: la trama

Insieme a sua moglie Leslie (Trin Miller), Ben Cash (Mortensen) è un inguaribile hippie che ha creato una realtà utopica e autosufficiente nelle foreste del Nord America. Con serrate attività all’aperto, alimentazione sana, quotidiani addestramenti di sopravvivenza e discussioni intellettuali, Ben ha modellato i propri figli per farne dei Re-Filosofi (riferimento alla Repubblica di Platone più volte citata nel film). Un piccolo esercito di guerrieri vichinghi: forti e bucolici confinati in un mondo che ricorda il racconto per bambini Where the Wild Things Are. Quando Leslie muore lontano dalla famiglia, Ben e la sua trubù sono costretti a lasciare il loro rifugio e tornare alla civiltà. Padre e Captain Fantasticfigli intraprendono un road-trip lungo le strade del capitalismo di provincia. Dovranno ri-connettersi con quel mondo moderno che la loro educazione eccentrica ha lasciato mal equipaggiati per affrontare. Qui la solida struttura autarchica creata da Ben inizia a vacillare a suon di hot dogs, X-box e coetanei tipicamente cerebrolesi. Anche Ben, che ha sempre una risposta pronta su tutte le questioni, dovrà capitolare davanti al suocero Jack (Frank Langella) e all’ammutinamento dei suoi, e rivedere il suo sogno utopistico.

Giudizio sul Film

Nell’alternanza cronologica dell’incontro-scontro con il “noi” e il “loro” e personaggi così estremizzati ci trascinano lungo dubbi i etici contemporanei. Dopo una prima parte bucolica e selvaggia, Captain Fantastic si trasforma in un road trip che Captain Fantasticricorda Little Miss Sunshine (2006): un pullman sgangherato, una famiglia disfunzionale, ragazzini terribilmente saggi e battute esilaranti. Una messa in ridicolo della vita moderna e delle sue ipocrisie e limitazioni che in America sembrano ancor più esasperate: l’obesità, lo spreco, la mal-distribuzione di spazi e ricchezze.

Quando uno dei suoi figli si ferisce nella foresta durante un “allenamento”, Ben reagisce con spartana freddezza; ma quando un simile incidente accade a casa dei nonni, in un contesto borghese, la sua reazione è di confuso stupore. Ben sembra risvegliarsi da un sogno, o da un’allucinazione. Sono “bipolari” i genitori di Capitan Fantastic. Eroi, a tratti cattivi, amorevoli e spietati, vacillano tra il desiderio di allevare dei figli perfetti nell’isolamento o appiattirsi in seno a una società imperfetta. Ma se i bambini possono discutere la Carta dei Diritti e di Lolita con facilità,  avere conversazioni in Esperanto, cinese o tedesco, sono altresì eccitati alla vista di un video gioco o di una torta al cioccolato. Il primogenito Bodevan (George MacKay) può da solo uccidere un cervo, ed è così intelligente da essere ammesso a tutti i College della Ivy League, ma è anche estremamente naif Captain Fantastic che al suo primo flirt con una ragazza, ne chiede la mano alla madre. “Tutto quello che sappiamo viene fuori dai libri, e così noi non sappiamo niente di tutto il resto!”, rinfaccia Bodevan al padre Ben.

Dubbio amletico che assale tutti i genitori benpensanti, radicali e nostalgici, che di questi tempi vorrebbero crescere figli-modello in un mondo in rapido deterioramento. Impossibile una risoluzione pacifica del conflitto;  nel finale conciliante, ci si tappa il naso e si accetta l’idea che per fare i buoni genitori occorre bilanciare i propri ideali con le esigenze dei figli, della famiglia. E della società tiranna.

Applauso per Viggo Mortensen versione full frontal, affacciato dal suo scuola bus.

“Per fare il genitore occorre essere un Capitan Fantastic, e compiere sforzi eroici.”

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