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Cafarnao: recensione

Cafarnao: recensione del film di Nadine Labaki premiato a Cannes

Cafarnao è il film di Nadine Labaki presentato l’anno scorso al Festival di Cannes, dove è stato premiato con il Premio della Giuria.

Cafarnao: sinossi

Cafarnao: recensione

Zain (Zain al Rafeea) è un ragazzino dei quartieri popolari di Beirut che ha deciso di far processare i propri genitori, ritendendoli responsabili di aver procreato senza poter mantenere i figli, al solo scopo di lucrare sugli stessi. Il giovane, infatti, era fuggito di casa il giorno in cui la sorellina undicenne veniva ceduta in sposa a un uomo adulto e, esasperato, si perdeva nella città in cerca di emancipazione. Nel suo vagabondare fa alcuni incontri tra cui quello con (Shiferaw Yordanos), una donna etiope che vive in semi-clandestinità con il suo neonato Yonas (Treasure Bankole Boluwatife). Per Zain ha iniziato una nuova fase nella sua difficilissima vita, dove assaporerà il calore di una famiglia e troverà la forza per sentire la sua voce.

Cafarnao: le nostre impressioni

Cafarnao: recensione

Dopo essersi distinta con due commedie brillanti sulla condizione delle donne nel Libano moderno, Nadine Labaki brilla, in questa primavera, con un racconto di formazione dall’impronta molto classica ma irrorato di una forza emotiva che raramente si è percepita nel cinema recente. Quello che viene raccontato nel film in chiave neorealista è, infatti, la trasposizione quasi autobiografica della vera vicenda del piccolo Zain, attualmente residente in Norvegia con la famiglia dopo una difficile infanzia trascorsa in Libano. Viene rappresenta la sua vita vissuta nella marginalità di una società periferica dove, rispetto ai film precedenti della Labaki, sembrano essere stati accantonati i contrasti religiosi.

La struttura narrativa, scarna ed essenziale, fa da telaio al vissuto dello stesso protagonista, pedinato dalla Labaki nel suo percorso verso un riconoscimento basilare fin lì negatogli: essere registrato all’anagrafe. L’identità invece deve essere tenuta nascosta dalla clandestina Rahil, costretta a segregare in casa il proprio bambino nel terrore che le venga sottratto mentre è al lavoro. In tal senso, sono presenti riferimenti nel film grafici ai supereroi Marvel (com se alle lotte religiose si sostituisse il moderno culto superomistico) che, come Zain e Rahil, sono personaggi che vivono dietro una maschera o lottano per affermare sé stessi  difendere la propria identità o addirittura è costretto a celarla.

Cafarnao: recensione

Zain, come altri bambini del film, non viene trattato come un essere umano nemmeno dai suoi familiari, bensì come anonima mera forza-lavoro liberamente commerciabile. Il piccolo protagonista emerge, però, nella sbiadita e polverosa casbah libanese come un’entità messianica, una forza naturale che vuole riportare ordine in un luogo di caos e ingiustizie (un cafarnao come nel titolo). La prova del protagonista lascia a bocca aperta in particolare nei momenti in cui lega con il piccolo Yonas; il calore e la limpidezza che la Labaki riesce a cogliere sono di una bellezza commovente, da non lasciare indifferente nemmeno lo spettatore più indurito e cinico.

Labaki è attenta anche a non incappare nel rischio di idealizzare troppo il suo protagonista, mettendo in evidenza anche momenti di sano stupore infantile nel suo viaggio lontano da casa. Non viene, però, schivata del tutto un’altra criticità, ossia quella di legare bene l’anima realista del film con il momento più di finzione del film, ossia il processo ai genitori (dove la stessa Labaki si ritaglia il ruolo dell’avvocatessa di Zain).  Infatti, le fasi da legal drama rischiano di banalizzare e rendere retorica la vocazione intimista e realista di questo bellissimo film.

Cafarnao

valutazione globale - 7.5

7.5

Una storia di riscatto fulgida e vibrante, in una terra ingiusta ma vitale

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Cafarnao: giudizio in sintesi

Cafarnao: recensione

Da un girato di dodici ore viene estratto uno dei più importanti prodotti della cinematografia mediorientale degli ultimi anni, un film che vuole fungere da sasso nello stagno per alimentare discussioni e interventi a favore di questa umanità abbandonata. Zain diventa araldo di questa sofferenza, mostrandosi al contempo pervaso da un fuoco sacro incanalato nel suo sguardo e di un senso di impotenza verso le insensate regole fissate dagli adulti. Il finale forse diventa addirittura “eccessivamente” a lieto fine, o in una certa parte incoerente rispetto al grado di pessimismo che segna gli atti precedenti. Tuttavia, era da tempo che non veniva raccontato in maniera tanto vibrante un tema così urgente, ossia fotografare e ragionare sulla condizione di milioni di persone che molti, in Occidente, vorrebbero veder “aiutate a casa loro”.

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About Giulio Mantia

Sono un immoderato consumatore di film improvvisatosi recensore amatoriale. Eventuali confutazioni o suggerimenti sono ben accetti.

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