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Verso Venezia 75: una selezione dei registi più attesi (seconda parte)

Se ti sei perso la prima parte della selezione dei film più attesi del 75° Festival di Venezia la trovi qua!

 

Con la settantacinquesima edizione del Festival di Venezia alle porte, inizia il percorso di avvicinamento ad una delle più prestigiose mostre d’arte cinematografica europee. Ecco di seguito una selezione dei registi più attesi al Lido, analizzati attraverso la lente di alcune tra le loro opere più significative.

Sentimenti, tormenti e aldilà!

Olivier Assayas continua l’esplorazione dell’interiorità umana con Doubles vies. Concentrandosi sul mondo dell’editoria sempre più scosso dalla rivoluzione digitale, il regista segue le vicissitudini di un editore e di sua moglie (Juliette Binoche), con visioni opposte sull’opportunità di pubblicare o meno un libro dell’autore di punta della casa editrice.

Assayas muta forma ma non sostanza: a distanza di due anni da Personal shopper, passa ai toni della commedia ma senza abbandonare lo scavo psicologico sui personaggi. Accolto dai fischi, Personal shopper alla lunga ha rivelato una straordinaria vitalità. La storia è quella di Maureen (Kristen Stewart), una personal shopper che ha perso il fratello gemello per un problema cardiaco dal quale anche lei è affetta. Ella cerca disperatamente di rimettersi in contatto con lui, finendo per essere coinvolta in un misterioso omicidio. Riflessione estremamente composita e ben stratificata, l’opera interseca diversi piani di lettura: la storia, i tormenti, le fragilità ed i ricordi della protagonista; i legami interpersonali, schiavi (o forse no?) del tempo e della biologia; la comunicazione nel senso più ampio del concetto, dove quella spersonalizzata dei media contemporanei non è che prodromo e specchio di quella tra mondi ed universi solo apparentemente incomunicanti. Film di non facilissima ed immediata fruizione, ha ottenuto il prestigioso Prix de la mise en scène a Cannes nel 2016, riconoscimento ad un’opera che autentica la finezza di un regista capace di turbare lo spettatore anche con enigmatici campi vuoti.

La profezia di Cuarón

Alfonso Cuarón presenta Roma, un dramma familiare apparentemente lontano dai suoi stilemi ma che egli ha descritto come l’opera più importante mai realizzata. E già questo rivela parecchio sull’importanza della pellicola in questione, specie per un autore che con Gravity (2013) ha fatto incetta di Oscar, compreso quello alla miglior regia. Una fotografia in bianco e nero, quella di Roma, che struttura un film la cui genesi risale ai ricordi e al passato del regista. Tuttavia Cuarón si è rivelato un autore in grado di guardare con precisione anche al futuro.

Vedere oggi The children of men (2006), infatti,  fa riflettere sull’incredibile e abbacinante lungimiranza – quasi ai limiti della preveggenza – con la quale il regista messicano si è espresso su certa politica contemporanea. Eclettico e mai scontato, egli ha dipinto un futuro distopico eppure attualissimo con protagonista Clive Owen, ambientandolo in un Regno Unito ultima roccaforte della civiltà occidentale sotto assedio di terroristi ed immigrati. Ad aggravare la situazione, una misteriosa epidemia che impedisce agli uomini di procreare. Pur scontando qualche lieve scivolone nella retorica, The children of men svela un tono quasi apocalittico ed una fotografia di sconvolgente bellezza, opera del connazionale Lubezki (collaboratore, tra gli altri, di Malick e ed Iñarritu), che cattura con la consueta maestria il timbro della pellicola e l’occhio interiore del regista. Un film poco premiato, ma, forse, il migliore di un regista versatile e capace di suscitare riflessioni senza dubbio necessarie.

Distopie borghesi in salsa greca

Con The favourite, Yorgos Lanthimos ci trascina all’interno di un film in costume che ha per protagoniste Olivia Colman nei panni della Regina Anna d’Inghilterra, Rachel Weisz in quelli della sua confidente/amante ed Emma Stone, che, con un paese in guerra con la Francia, mira a soppiantare la rivale diventando lei “la favorita” della sovrana.

Lanthimos pare così discostarsi dal resto della propria filmografia precedente di matrice vagamente hanekiana, la cui essenza va ricercata in ambientazioni borghesi, futuribili e distopiche, dove i protagonisti fanno i conti con i propri vizi e peccati. In questo senso, The lobster (2015), rappresenta l’esempio migliore della poetica del regista ateniese. In un imprecisato futuro di una città non identificabile, gli esseri umani devono scegliere: o vivere in coppia, secondo la Norma, o finire confinati come “solitari” al di fuori della civiltà. Il protagonista Colin Farrell, rimasto single, viene così inviato in una struttura all’interno della quale è costretto a trovare in breve tempo l’anima gemella, altrimenti verrà trasformato in un animale a sua scelta. La pellicola di Lanthimos declina con insistenza una tematica di capitale importanza: l’impossibilità di imporre una qualsiasi norma sul mondo imprevedibile delle relazioni umane. Alla lunga, è l’essere più autentico, quello Umano, a rischiare di trionfare. Nonostante una sceneggiatura troppo manichea nel delineare il soggetto, The lobster rivela un tono di fondo romantico e sentimentale che non lascia indifferenti nemmeno gli spettatori più scettici, fagocitati da una fotografia e da inquadrature bizzarre ma indubbiamente d’effetto.

Poesia al cuore del totalitarismo

Werk ohne autor (Opera senza autore) è l’ultimo film di Florian Henckel von Donnersmarck. Al centro della vicenda c’è Kurt Barnert (Tom Schilling), un artista la cui infanzia è stata segnata dagli orrori del nazismo. L’amore per Elisabeth pare offrirgli la svolta di una vita, ma il padre di lei (Sebastian Koch), custode di un insospettabile segreto, si oppone alla loro unione.

Il regista di Colonia torna a utilizzare l’arte come espediente narrativo per una sentita riflessione su alcune tra le pagine più dolorose della storia contemporanea tedesca, riallacciandosi in parte al discorso portato avanti ne Le vite degli altri (2006). In questa pellicola, una Berlino lacerata dal Muro ospita un dramma coinvolgente e rigorosissimo nel quale le vite di un famoso drammaturgo e di un poliziotto della Stasi si intrecciano indissolubilmente, allorché il primo – un intellettuale intento a denunciare le mostruosità di un sistema comunista oppressivo, corrotto e vessatorio – inizia ad essere sorvegliato dal secondo – fido ed intransigente funzionario di regime-. Impossibile elencare i pregi di quest’opera, a partire dalle straordinarie interpretazioni di Ulrich Mühe e Sebastian Koch. Una sceneggiatura autorevole ed impeccabile, sostenuta da una scenografia meticolosa che pare sfociare nel documentario (tale è la sua accuratezza), si uniscono ad una fotografia cupa e satura, specchio di un clima culturale soffocante e dominato da un’intellighenzia mostruosamente onnipervasiva. Premio Oscar per il miglior film straniero nel 2007, Le vite degli altri è una pellicola che va molto oltre la politica e le prese di posizione ideologiche, capace di travalicare la (pur dettagliatissima) collocazione storica, pregio che spetta solo alle opere indimenticabili.

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About Vito Piazza

Tutto inizia con Jurassic Park, e il sogno di un bambino di voler "fare i film", senza sapere nemmeno cosa significasse. Col tempo la passione diventa patologica, colpa prevalentemente di Kubrick, Lynch, Haneke, Von Trier e decine di altri. E con la consapevolezza incrollabile che, come diceva il maestro: "Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato".

One comment

  1. Ottima la critica cinematografica

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