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Biopic

I dieci migliori biopic della storia del cinema secondo la nostra redazione (prima parte)

In attesa di First man, ultimo film di Damien Chazelle presentato in concorso alla 75a edizione del Festival di Venezia sulla vita di Neil Armstrong, che sarà in sala dal 31 ottobre, ecco una selezione dei 10 migliori biopic della storia del grande schermo.

Poetica di un mostro (inesatto)

Seconda opera di David Lynch, The Elephant Man (1980) si ispira liberamente alle vicende di Joseph Merrick, soprannominato “uomo-elefante” a causa delle incredibili deformità causate al suo corpo da una terribile forma di neurofibromatosi. Interpretato da John Hurt, Merrick si esibisce come fenomeno da baraccone sotto le grinfie del perfido Bytes. Un giorno incontra il dottor Treves (Anthony Hopkins), che gli offre rifugio nel proprio ospedale.

The Elephant Man

Pellicola in nuce lynchiana, The Elephant Man è un biopic forse poco rigoroso e con qualche inesattezza a scopo drammatico, ma in grado di sopperire a queste lacune con una forza ed un lirismo abbaglianti. Non si limita a mostrare sprazzi dell’estro visionario del regista, né ad esibire la sua totale padronanza della macchina da presa. Fotografato in un bianco e nero inusitato per i tempi, The Elephant Man è un caleidoscopio di emozioni e riflessioni, trattenute eppure dirompenti. Al centro del film, lo sguardo: di Merrick, teneramente preoccupato dalla possibilità di spaventare i “normali” a causa del suo aspetto mostruoso; quello di Treves, che guarda a Joseph con compassione ma, forse, anche con un certo narcisismo; della borghesia vittoriana, esteriormente normale eppure colpevole di vouyeurismo, spietata consumatrice di mostri dietro la maschera di un perbenismo ipocrita. La vicenda di Merrick serve a Lynch per scopi ben più intimi e radicali del mero documentarismo, portando a riflessioni impietose su ciò che il presunto mostro rivela dello sguardo di colui che lo indaga.

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McQueen: un corpo politico

Ben più rigoroso, ed assai più crudo, l’esordio di Steve McQueen, Hunger (2012). Il film si concentra sugli ultimi giorni di vita di Bobby Sands, attivista nordirlandese rinchiuso nella famigerata prigione di Long Kesh, dove morì nel 1981 a seguito di uno sciopero della fame protratto per sessantasei giorni, con lo scopo di veder accordato per i detenuti repubblicani lo status di prigionieri politici.

HungerMcQueen confeziona un’opera rigorosissima, in cui nulla resta nel limbo del non detto: ogni nefandezza, ogni violenza, ogni lembo di carne maltrattata è esibito con cruda e disarmante oggettività. Senza più alcuno spazio di manovra, i prigionieri dell’I.R.A. danno inizio allo “sciopero dello sporco”: le celle vengono ricoperte da escrementi; i loro corpi lerci, maleodoranti ed in pessime condizioni igieniche, diventano l’ultimo terreno sul quale combattere la guerra, l’unico strumento rimasto di offensiva politica. Le fibre vitali di Sands e dei suoi compagni, divenute ormai prigione, si trasformano attraverso lo sciopero in uno strumento di riconoscimento. E così, paradossalmente, nell’annientamento consapevole sboccia la libertà; nell’implosione muta, urla la forza dirompente di un ideale irriducibile. Impeccabile sul piano tecnico, con svariati piani sequenza magistralmente diretti e recitati, Hunger è valorizzato da una fotografia che alterna con maestria il prevalente grigiore e la freddezza della prigione a pochissimi (e straordinariamente intensi) momenti di poetico cromatismo, ancor più vividi se situati a margine di un contesto carcerario claustrofobico, che McQueen registra senza edulcorare. Maestosa la prova di Michael Fassbender, che subisce una spaventosa trasformazione fisica. Ovviamente, Caméra d’or per la miglior opera prima del 61º Festival di Cannes.

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L’autenticità degli ultimi secondo Werner Herzog

L’enigma Di Kaspar Hauser (1974), firmato del grande Werner Herzog, ci porta indietro fino agli inizi del XIX secolo per narrarci la storia incredibile di un giovane che viene ritrovato in una piazza di Norimberga; non si sa nulla di lui, egli non riesce a comunicare in alcun modo. Sa solo apporre la sua firma: il suo nome – pare – è Kaspar Hauser. Il giovane, allevato da un insegnante, imparerà a parlare, rivelando una sconcertante verità: ha passato gli ultimi dodici anni della sua vita in totale isolamento, bloccato all’interno di una cella, incatenato ad un pavimento e nutrito da qualcuno solo con pane e acqua.

Kaspar HauserL’enigma Di Kaspar Hauser è il compendio perfetto dell’opera herzogiana. Tra i più noti esponenti del Nuovo Cinema Tedesco, il regista di Monaco si è spesso contraddistinto per il carattere “tragico” dei suoi soggetti: emarginati, portatori di handicap, folli, tutti impegnati in un percorso di riscatto spesso impossibile, irraggiungibile o illusorio. La storia di Kaspar Hauser offre ad Herzog il terreno ideale per portare avanti la sua riflessione sul un concetto di umanità a tutto tondo, esibendo un essere umano quasi impossibile da normalizzare. Selvaggio, ma di buon animo, Kaspar rifiuta scandalosamente dio, aggira (ma risolve) i comuni quesiti di logica, eppure il suo animo resta di un candore quasi puerile, e la sua mente arguta. Senza fronzoli od orpelli estetici, mescolando come di consueto documentario e finzione, Herzog fornisce la sua visione quasi estatica del mito del buon selvaggio, depurandolo da ogni moralismo o sentimentalismo. Memorabile la prova di Bruno Schleinstein nei panni di Kaspar. Premio speciale della giuria al Festival di Cannes nel 1975.

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Una passione essenziale

In una delle fasi più vivaci del cinema muto europeo, il danese Carl Theodor Dreyer gira nel 1928 La passione di Giovanna d’Arco, un’opera destinata a segnare in maniera indelebile la storia della settima arte. La vicenda del film si concentra esclusivamente sul processo all’eroina francese, attingendo direttamente agli atti originali del processo.

La passione di Giovanna d’ArcoIn quest’opera Dreyer si mostra finissimo conoscitore ed abilissimo tecnico del mezzo cinematografico, recuperando le lezioni dell’Espressionismo tedesco, dell’Impressionismo francese e del montaggio russo. Quello di Giovanna è un dramma umano ed universale, più che personale: è questa la cifra del cinema di Dreyer, il cui sguardo, sempre estremamente posato ed equilibrato, indaga la solitudine, la trascendenza, il dissidio morale, il dolore e la sofferenza. Giovanna è un personaggio tipicamente dreyeriano, dissonante rispetto alla società circostante spesso ottusa e retriva, comunque sempre d’intralcio al singolo dispiegarsi della personalità. La passione di Giovanna d’Arco ha una scenografia estremamente scarna, non ci sono dialoghi né musiche, il ritmo è di una lentezza a volte asfissiante, ma tutto è funzionale al messaggio. Una macchina da presa quasi sempre immobile, piazzata a pochi centimetri dai volti dei protagonisti distesi su uno sfondo bianco, decontestualizza la singola storia e obbliga lo spettatore a concentrarsi sul dramma in atto, sui dettagli dei volti dei protagonisti, tanto quelli spietati degli accusatori, quanto su quello di Giovanna, il cui sguardo sprigiona una forza ed un’espressività incredibile. Per uno stile tanto minimale, una forza poetica che ancora oggi, dopo novant’anni, rimane intatta ed inarrivabile.

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La resurrezione di Scorsese

È il 1980, la New Hollywood è agli sgoccioli e Martin Scorsese attraversa uno dei periodi più bui della sua vita, a causa della dipendenza da cocaina ed anche dei postumi del fiasco di New York, New York (1977). Il regista decide così di girare quello che, crede, potrebbe essere il suo ultimo film: Toro scatenato, una sorta di testamento artistico che, in quanto tale, dovrebbe rasentare la perfezione. Basato sull’autobiografia del pugile Jake LaMotta, adattata per lo scopo dal fido Paul Schrader, la pellicola narra l’ascesa ed il declino del noto pugile italo-americano, campione del mondo dei pesi medi nel 1949.

Toro scatenatoAnnoverato tra i migliori film di ogni tempo, Toro scatenato è un concentrato di poetica scorsesiana. Al centro della scena, come di consueto, c’è quell’universo italo-americano segnato da violenze e malavita, popolato da personaggi intenti ad inseguire un sogno (o delle ossessioni?) e dove il destino, invariabilmente, pare accanirsi sui protagonisti. E poi la solitudine, la tendenza all’auto-annientamento, la testardaggine, tutte caratteristiche dell’”eroe sporco” tanto caro al regista e che il vero Jake LaMotta incarnava in vita. Toro scatenato è una parabola sul mito dell’uomo che si fa – e si disfa – da sé: vanitoso, irascibile e violento con le donne, geloso oltre ogni limite, scurrile ma non privo di una sua propria moralità. Un pugile dalla potenza devastante, che arriva sul tetto del mondo ma che, incapace di gestire sé stesso, sciupa tutto, finendo ignominiosamente per dirigere locali dei bassifondi. Il film di Scorsese non è solo un gioiello di tecnica cinematografica, con ralenti di un eleganza inarrivabile; con un montaggio funzionale e avvincente; con una fotografia in grado di portare lo spettatore al centro del ring; con musiche nientemeno che del compositore Pietro Mascagni. Toro Scatenato è molto di più. È, ad esempio, l’eroica prova di Robert DeNiro, in grado di guadagnare e perdere rapidamente trenta chili di peso, con una preparazione del personaggio che lo vide affiancarsi al vero Jake LaMotta. Ma è, soprattutto, la prova della forza salvifica del cinema. È l’inno ad una rinascita, quella di Scorsese, che risorge come una fenice dalle proprie ceneri.

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Appuntamento tra pochi giorni con la seconda parte dei migliori biopic, in occasione dell’uscita di First man!

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About Vito Piazza

Tutto inizia con Jurassic Park, e il sogno di un bambino di voler "fare i film", senza sapere nemmeno cosa significasse. Col tempo la passione diventa patologica, colpa prevalentemente di Kubrick, Lynch, Haneke, Von Trier e decine di altri. E con la consapevolezza incrollabile che, come diceva il maestro: "Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato".

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