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L'uomo dal cuore di ferro

L’uomo dal cuore di ferro: recensione del film di Cédric Jimenez

L’uomo dal cuore di ferro è il nuovo film di Cédric Jimenez con Jason Clarke e Rosamund Pike.

L’uomo dal cuore di ferro: sinossi

Una scena di L'uomo dal cuore di ferro

Praga, 27 maggio 1942. Un pluridecorato della Wehrmacht sta svolgendo il suo consueto giro in auto per il centro di Praga quando si vede tagliare la strada da un giovane armato di mitraglietta; fino ad allora nessuno aveva mai attentato alla vita di un ufficiale nazista di rango tanto elevato. Ha inizio con le sue battute finali il racconto della vita di Reinhard Heydrich (Jason Clarke), uno dei più sanguinosi e crudeli leader della Germania nazista, epitetato come “Boia di Praga” per le sanguinose repressioni da lui ordinate durante il suo mandato in Cecoslovacchia in qualità di Protettore di Boemia e Moravia, oltre che Uomo dal Cuore di Ferro dallo stesso führer.

L’uomo dal cuore di ferro: le nostre impressioni

Una scena di L'uomo dal cuore di ferro

La storia di Reinhard Heydrich è al centro della prima parte del film, con il tratteggio del suo inappuntabile cursus honorum, che lo vede passare da congedato con disonore dall’esercito sotto la Repubblica di Weimar a fiore all’occhiello delle neocostituite SS di Heinrich Himmler (Stephen Graham), la maggiore forza paramilitare della Germania nazista. Ad introdurre il reietto Heidrich in tali ambienti è l’idealista aristocratica Lina Van Osten (Rosamund Pike), la quale gioca un ruolo da Pigmalione nel costruire uno dei più letali e meschini esponenti del Terzo Reich. Il racconto però si dirama anche sull’altro versante della vicenda, ossia quello degli attentatori, giovanissimi militari cecoslovacchi (tra i quali Jack O’Connell e Jack Reynor) assoldati dalla Resistenza locale per colpire il responsabile dell’eccidio di migliaia di connazionali nonché uno degli artefici dei piani di sterminio degli ebrei.

Cédric Jimenez, alla sua terza regia, ritorna nuovamente a girare un film in costume dopo il polar French Connection dedicato all’appassionante e serrato duello nella Marsiglia anni ‘70 tra il mafioso Gilles Lellouche e l’intrepido magistrato Jean Dujardin. Qui è invece trasposto un romanzo (HHhH – Himmlers Hirn heißt Heydrich, cioè “il cervello di Himmler si chiama Heydrich”, di Laurent Binet) che, come nel precedente lavoro di Jimenez, propone una caccia all’uomo come elemento principale, con gran parte della trama dedicata appunto alla preparazione dell’attentato contro il brutale gerarca (evento affrontato anche nel recente Missione Anthropoid di Sean Ellis, con Cillian Murphy e Jamie Dornan).

Una scena di L'uomo dal cuore di ferro

Questi è impersonato da un ottimo Clarke che, animato da veri istinti ferini, si carica il film sulle spalle nel ruolo di un uomo feroce e fragile che cerca un posto nel mondo, trovando nel nascente corpo delle SS di Himmler il luogo ideale per realizzarsi. È un processo reso possibile da Rosamund Pike, qui in un ruolo da convinta militante nazista prima risoluta e poi pentita di aver incoraggiato la carriera di un uomo tanto pericoloso e instabile, esatta personificazione del teorema della banalità del male.

Come nel film antecedente di Jimenez, costituisce un valore aggiunto il contrasto tra le vite pubbliche e private dei due opposti in campo, con da una parte Heydrich visto come un uomo gretto e mediocre ma capace di esprimere inattese doti di violinista, e dall’altra i giovani partigiani, dipinti però in modo troppo abbozzato come meri portatori di sentimenti primari di coraggio e amicizia. Infatti il film perde abbrivio proprio quando l’azione si sposta sull’altro fronte della vicenda, ossia quello dei partigiani cecoslovacchi interpretati da Reynor e O’Connell, cui si aggiungono un irriconoscibile Gilles Lellouche – nel ruolo di un tumultuoso capo della Resistenza – e una luminosa e pura Mia Wasikowska, eccellente nel far risaltare pur con pochi minuti a disposizione la sua giovane combattente.

L'uomo dal cuore di ferro

valutazione globale - 6.5

6.5

Un onesto film di guerra ben confezionato ma povero di acuti dove non batte il cuore del protagonista.

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L’uomo dal cuore di ferro: giudizio in sintesi

Una scena di L'uomo dal cuore di ferro

L’uomo dal cuore di ferro è un prodotto storicamente accurato, che sfrutta a pieno i benefici della pellicola 35 mm – scelta vincente per conferire un sapore retrò e per esaltare le vivide scene di combattimento -, e ha il merito di ritrarre con lucidità e onestà un mostro della Storia recente, un compito sempre urgente per i tempi odierni segnati da un’inquietante fascinazione per i “fasti” dei regimi autoritari del Novecento.

Clarke è in tal senso eccellente nel restituire la laidezza e la risolutezza di un uomo che si è conquistato con merito tutti i suoi turpi appellativi, ma malgrado ciò non riesce a elevare il film, indebolito nel segmento che deve fungere da efficace contrappeso alle cronache del Macellaio di Praga. Mancano gli acuti sia di narrazione che di regia a rendere davvero scintillante L’uomo dal cuore di ferro. Il risultato finale è comunque quello di un rispettabile war movie, professionalmente recitato e arricchito da una fedele ricostruzione storica (rafforzata dalla plumbea fotografia di Laurent Tangy), ma indebolito da un evidente calo di incisività del racconto nella seconda parte.

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About Marco Berlinghieri

Nato nella terza parte del Novecento, ha cominciato ad amare il cinema ben prima del volgere del millenio. Il primo film che l'ha folgorato, al cinema, è stato Dracula di Bram Stoker. Sogna una vecchiaia da passare davanti ad uno schermo cinematografico.

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