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Julieta

Julieta – la recensione del nuovo film di Pedro Almodovar

Un racconto nel ricordo, sull’assenza, nel dolore e nel silenzio. Pedro Almodovar torna sui grandi schermi con Julieta per parlare ancora dell’inesauribile e complesso universo femminile, con il suo posato riguardo e la sua consueta eleganza. Abbandona però la frivolezza spassosa dei suoi Amanti Passeggeri per calarsi in un vero e proprio melodramma, fatto di segreti, di discorsi mai fatti, di rimpianti. Nessuno dei personaggi tuttavia si scompone, né prima né dopo, mentre la vita scorre travolgendoli con i suoi problemi e le sue vittime.

Julieta (Emma Suàrez) è una donna matura, vive a Madrid con un compagno (Darìo Grandinetti). Sono in partenza per il Portogallo, forse per sempre. Ma il caso, il destino o chi per lui le regala un incontro inaspettato con l’amica d’infanzia della figlia. Basta un attimo per riaccendere il ricordo messo a tacere con il tempo e dalle nuove abitudini. Bastano poche parole per farne ribollire mille, quelle mai dette, mai confessate ad una figlia che è uscita dalla vita della propria madre da più di dieci anni.

julieta1Julieta decide dunque di non partire, di ripercorrere la sua vita, quella mai raccontata ad Antìa, il frutto di un amore nato da un’improvvisa e travolgente passione, ma venata da qualcosa di oscuro ed inspiegato fin dall’inizio, da quel senso di colpa che attacca i più fragili. Fino a che punto siamo possiamo ritenerci responsabili delle conseguenze delle nostre azioni? E dunque fino a che punto è lecito parlare di colpa? Probabilmente finché la nostra mente permetterà passivamente a questo virus di logorarla. E Julieta non lotta con la forza di altre donne di Almodovar, si lascia trasportare nel bene e nel male, condizionata e trascinata dagli eventi della sua vita come se fosse sempre su quel treno in cui la vediamo all’inizio.

Decide di trasferirsi nell’appartamento precedente, dove aveva vissuto con Antìa, ma questa volta da sola. Ancora circondata da scatoloni, libri e oggetti imballati, racconta i suoi pensieri e la sua storia in un diario che forse nessuno leggerà mai, immaginando di rivolgersi all’amata figlia, lontana nello spazio, nel tempo e nell’anima. Ripercorre quel quartiere in cui aveva passato lunghe giornate, quei luoghi che aveva cercato di dimenticare, così come i suoi dolori.

Il silenzio è il filo rosso che collega ogni componente della storia: il silenzio che serba Julieta (da giovane Adriana Ugarte) con l’uomo incrociato sul treno; il silenzio del giovane Xoan (Daniel Grao) non abile con le parole così come quello del nuovo compagno mentre la segue; il silenzio di una moglie e di una madre costrette a letto; il silenzio che malauguratamente lega la protagonista alla figlia Antìa ed infine il silenzio di quest’ultima. Ma ciascuno di essi può nascondere un sentimento, un moto dell’anima troppo complicato da spiegare, ma che pulsa e consuma chi si sente troppo impotente per reagire.

Non posso negare che l’andamento narrativo dei precedenti film di Almodovar mi abbia creato delle aspettative di un certo tipo, così come l’incipit del film stesso: entrambi i fattori mi hanno resa impaziente di vedere il “cambio di marcia”, la svolta che devia o turba le sue storie. Dunque la prima impressione devo ammettere non è stata delle migliori.Julieta2

Forse mi sono comportata male. I grandi registi mantengono spesso un trait d’union nei loro film, ma l’abilità si dimostra anche nelle variazioni che rendono ogni pellicola diversa dalla precedente. Quella che Almodovar fa con questo film è una drastica virata verso il melodramma: non si ride, al massimo si sorride per qualche aspetto minimale, ma certo non per la presenza di battute che smorzano solitamente anche le sue storie più cupe. È una scelta e va accettata come tale e, se gestita con abilità, diventa anche apprezzabile, come in questo caso. Non si verifica nulla di stravolgente in fondo, viene raccontata una storia che ha i suoi aspetti drammatici, come altre che probabilmente conosciamo e forse anche meno. Eppure la differenza sostanziale non sta nel contenuto effettivo della storia, ma come essa viene vissuta dalla protagonista ed è in questo dettaglio tutt’altro che marginale che ha sede il vero dramma. Julieta si lascia trasportare dalla corrente dell’esistenza facendosi sfuggire dalle mani aspetti vitali di essa, come un rapporto più intimo con la figlia, e interiorizzando la tragicità di alcuni avvenimenti che la sconvolgono. Un tentativo drastico di cambiamento di vita c’è, ma tutta la sua fragilità viene smascherata da un fugace e semplice scambio di parole.

Se la tragicità non sta esattamente nella storia, ma nel modo in cui essa viene vissuta, Almodovar è riuscito ancora una volta ad offrirci un film che, per quanto insolito, resta tuttavia toccante, nonché un piacere per gli occhi.

 

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