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It Follows

It Follows: Recensione del nuovo film di David Robert Mitchell

Parte con un vero incipit mozzafiato It Follows, il secondo lungometraggio di David Robert Mitchell, classe 1974, astro emergente del cinema indipendente statunitense. L’occhio della telecamera s’apre sull’anonima via di una tipica periferia americana. Una giovane scappa di casa con espressione stravolta: la macchina da presa la segue e ci mostra attraverso il suo sguardo pietrificato che, dove noi non vediamo, sta accadendo qualcosa di mostruoso.

La trama di questo gioiellino dell’horror contemporaneo è invero assai elementare, come elementari sono le paure che danno corpo ai nostri incubi: Jay (Maika Monroe), una ragazza di 19 anni dall’aria un po’ malinconica, ha un rapporto sessuale con il ragazzo che frequenta da poco e, consumato l’amplesso, si ritrova legata a una sedia a rotelle in una surreale location di degrado urbano. Le viene spiegato che ha contratto un male inspiegabile e che sarà la nuova vittima di un qualcosa senza nome (“it”) che la seguirà ovunque per ucciderla. Esiste una sola possibilità di salvezza: trasmettere la cosa ad altri individui facendo sesso.0

Da quel momento la vita dell’adolescente diventa un crescendo di paranoia e di orrore allucinatorio, una disperata lotta contro un mix di patologia mentale e maledizione metafisica. Fin dall’inizio del film, il regista mostra di saper padroneggiare con vera perizia tecnica e un occhio assai sensibile la dialettica visibile/invisibile e interno/esterno propria della rappresentazione della paranoia. Le varie manifestazioni della cosa giungono spesso dal profondo dell’inquadratura, dove il nostro occhio, non mettendo a fuoco, non può razionalizzare l’oggetto della sua percezione. Così l’attenzione dello spettatore è portata a osservare lo sfondo e gli angoli dell’immagine alla ricerca spasmodica di qualcosa che si muova verso di sé. Solidale con la paura della protagonista, la macchina da presa ruota più volte di 360° imitando i movimenti convulsi e spaesati di chi si sente osservato. E quando la cosa appare, scatena in noi la concreta inquietudine dell’incubo. Ugualmente efficace nel produrre quest’effetto estetico è la pregevole colonna sonora originale di Disasterpeace col suo ampio uso di sintetizzatori e motivi musicali di gusto un po’ vintage.

L’estetica dell’allucinazione paranoide di It Follows

Eppure in It Follows la messinscena di una persecuzione metafisica non è fine a se stessa, bensì si funzionalizza a un intento di critica sociale che è il punto di forza concettuale della pellicola.

Possiamo descrivere il film di Mitchell, in termini semiotici, come una declinazione in chiave horror dello stress ansiogeno che la gioventù contemporanea eredita nel suo rapportarsi alla scoperta della sessualità da un lato e alla crisi del modello familiare tradizionale dall’altro. I protagonisti del film sono adolescenti che vivono (e muoiono) distaccati dal nucleo familiare: i genitori non compaiono mai e, quando compaiono, o attestano solo la loro impotenza o – ed è questo il dato veramente interessante – sono demoniache incarnazioni della cosa. Emblematica in tal senso la scena dell’omicidio di uno dei ragazzi attraverso un cruento incesto perpetrato dalla madre demoniaca.it-follows-1446481035

Ed evidente è il tema, invero caro all’horror di tipo slasher (che negli anni ’80 si caratterizzava per una certo moralismo ai limiti della sessuofobia), di una sessualità negativa, portatrice di disvalori. Oltre al facile rimando metaforico allo spettro dell’HIV, l’idea del contagio di “it” per via sessuale presuppone una visione pessimistica dei rapporti interpersonali impostati dalla società contemporanea: in tutto il film, infatti, il mito adolescenziale d’un erotismo irenico viene brutalmente smentito dalla conversione della funzione sessuale – apice del contatto tra due individui – da strumento di reciproco piacere e a veicolo di profondo malessere. Nemmeno l’ambigua scena finale si astiene dal veicolare questo amaro assunto ideologico: il sesso non è più strumento di pace e liberazione ma un atto da compiere per ottundere il proprio spaesamento esistenziale, per esorcizzare solo temporaneamente l’horror vacui che gli adolescenti contemporanei ereditano per contagio da una società malata e mostruosa. Il male metafisico diventa così espressione efficace d’una profonda crisi del senso dell’esistenza. Del resto, quando la cosa non si manifesta in modo orrorifico, è la sartriana attesa della morte ad angustiare i giovani protagonisti del film. A nulla serve scappare o cambiare luogo (l’aveva già detto il poeta latino Lucrezio parlando della noia): “it” arriva comunque. Come una sorta di nausea dell’esserci.

La stessa incapacità dei giovani di dare un nome al malessere che li affligge emerge nella scelta linguistica che, fin dal titolo, relega il mostro alla dimensione dell’indistinto, dell’altrimenti inesprimibile: “it” è una cosa neutra, senza alcuna possibile connotazione. Qualcosa di cui ci sfugge la forma, di cui non comprendiamo il senso. E che per questo ci fa molta paura. Lentamente ma inesorabilmente, questo qualcosa continua a inseguirci. Possiamo solo contagiarlo agli altri. Ma chi dice che, una volta fatto, ce ne siamo liberati realmente?

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