Iron Fist si era presentato bene all’esordio, con la possibilità di costruire una serie che fosse, sicuramente di intrattenimento come le altre della famiglia Netflix/Marvel, ma con un po’ di differenze rispetto a quelli che ormai erano diventati cliché e con un po’ più azione della precedente e noiosa Luke Cage.
Certo, a far meglio di Luke Cage ci vuole pochissimo, però Iron Fist alla fine presenta luci ed ombre e, pur riuscendo nello scopo di dare allo spettatore un solido e scorrevole intrattenimento, scivola a livello di trama ogni tanto, a volte esagera e, sinceramente, l’interpretazione di Finn Jones non sempre è all’altezza dei Defenders che l’hanno preceduto, in particolar modo se pensiamo a Daredevil o Jessica Jones.
Iron Fist, una serie scorrevole che intrattiene
La parte buona di Iron Fist, come dicevamo, è quella che potremmo definire la meno impegnata: è sostanzialmente un buon action movie, con tanta azione e poca “riflessione”, con dei combattimenti il più delle volte ben fatti e ritmati e con la definizione di un gruppo di personaggi di supporto molto valido.

A differenza delle serie precedenti, qui ci sono limiti più sfumati tra viallain e compagni d’avventura, nel senso che più volte i personaggi passano da un lato all’altro della barricata, mentre la storia cerca di confondere lo spettatore su chi sia amico o nemico, arrivando addirittura a provare a farci venire il dubbio se The Hand, o almeno una sua fazione, non siano poi così cattivi, anche se la svolta sulla cattiveria era abbastanza annunciata, ma apprezziamo lo sforzo.

Pure tra i personaggi de The Hand, cadiamo bene, perché, oltre al sempre immenso piacere nel vedere Madame Gao, anche Bakuto è stato costruito e interpretato molto bene. Chiaramente Claire Temple è sempre il nostro faro, ma questo è un altro discorso.
Le ombre di Iron Fist
E la prima arriva proprio restando sul discorso recitazione: Finn Jones non sempre sembra adatto a questo ruolo da protagonista, forse per la difficoltà di interpretare un personaggio nel quale le emozioni e i sentimenti sono così contrastati, ma a volte sembra esagerarli troppo, apparendo molte volte “forzato” e poco naturale. 
L’altro grosso difetto è che, dopo i primi sei episodi molto compatti e ben costruiti, arrivano degli episodi che hanno delle smagliature a livello di sceneggiatura, con scene di cui non si capisce bene il pensiero che c’era alle spalle. Tutto parte dal viaggio in Cina, che porta i “buoni” alla super azienda produttiva de The Hand, che poi è poco di più di un magazzino di periferia di una qualsiasi città di provincia italiana, con un barbone fuori che parla inglese (what?) e con due guardie sfigate, oltre ad un “protettore” de The Hand che combatte ubriaco. Ho dovuto portare tanta pazienza in quelle sequenze. 
Un po’ di buchi insomma che rovinano un po’ la visione della seconda parte, che pur mantiene una guardabilità e una scorrevolezza di ottimo livello, ma che a tratti lascia perplessi, con momenti di imbarazzo, [AVVISO di spoiler sul finale] come il fatto che Danny che ha affrontato qualunque cosa in 13 episodi si trovi a dover fare una lunga lotta finale con Harold che non ha nessuna abilità particolare, o come Joy che ascolta volentieri Davos che le propone di far fuori Danny (e non si capisce minimamente il motivo per cui lei dovrebbe volerlo). [FINE spoiler].
Iron Fist, un bilancio
In conclusione possiamo dire che lo show non è stato male, se lo si prende con leggerezza e si sorvola su alcune “particolarità”, ingarbugliato a volte, ma scorrevole, ha il pregio di risollevare l’interesse dopo il soporifero Luke Cage, ma ancora lontano dai fasti del primo Daredevil.
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