Alla fine è arrivato anche Iron Fist, il quarto e ultimo dei componenti del futuro team dei Defenders, ed è arrivato sull’onda di un mare di polemiche e critiche. Le polemiche sono state relative ad un presunto “whitewashing” abbastanza bizzarro, visto che il personaggio originale di Danny Rand è stato sempre bianco, quindi non si capisce la ratio della polemica, mentre le critiche sono arrivate abbastanza corpose da parte dei media americani che, avendo visto i primi sei episodi, hanno espresso parere negativo sullo show.

Certo, si può parlare anche, ad un certo livello, di effetto ripetitività, visto che siamo alla quarta introduzione di un personaggio/show in questo universo, e bisogna ammettere che la quarta serie consecutiva che costruisce una mitologia comune può essere stancante, specie in un periodo in cui assistiamo a quella meraviglia di Legion, sempre ambientata nel mondo Marvel, ma questo non può essere l’unico metro di giudizio.
Iron Fist, approccio simile ma diverso
Perché se prima abbiamo detto che il canone Marvel/Netflix viene rispettato, con la presenza di un protagonista dotato di abilità sorprendenti e uno o più villain invece che sono parte integrante della commistione business/criminalità newyorchese, in Iron Fist ci sono anche alcuni caratteri distintivi.

Danny Rand è un personaggio diverso rispetto agli altri, perché non è lacerato da un profondo tormento interiore, nonostante la perdita, comune a tutti, il protagonista di Iron Fist ha già uno scopo, una missione, sa dove vuole andare e accetta la sfida. Questo, a mio parere, può essere un fattore positivo, perché quello che a volte non è funzionato in altre serie (soprattutto in Luke Cage) è stata la enorme perdita di tempo dovuta alla mancata accettazione di sé, alla ritrosia nel farsi carico di un ruolo, straziante in alcuni momenti, soprattutto per la pazienza degli spettatori.
Iron Fist, quindi, potrebbe avere un’evoluzione più rapida e lineare, senza perdersi in giri troppo complessi e stancanti e puntare direttamente su un approccio più diretto alla storia e all’azione (ok, no, i flashback non ci mancheranno nemmeno qui, questo è scontato.)
Iron Fist e la maggior contaminazione
Un altro punto che diversifica molto Iron Fist dal resto dell’universo Marvel/Netflix è la maggior contaminazione con un altro genere narrativo, ossia quello delle arti marziali e della cultura orientale. Gli altri Defenders, fondamentalmente, picchiano duro, mentre Rand ha il kung fu e dei poteri (ancora non svelati) tendenzialmente sovrannaturali.

Finn Jones si dimostra, inoltre, un buon interprete, completamente a suo agio nei panni di Danny Rand, tanto da trasmetterne la pacatezza e la calma anche esteriormente, pur essendo capace di cambiare rapidamente registro recitativo nei momenti nei quali il personaggio lo richiede.
Anche villain (ma sappiamo che ce ne saranno altri non ancora mostrati nel pilot) e personaggi secondari sembrano essere all’altezza, specialmente la Figlia del Drago, che promette molto bene.
La visione del pilot, sostanzialmente, ci soddisfa, niente di nuovo, puro entertainment, ma siamo ben consapevoli che sarà lo sviluppo sui tredici episodi (troppi, dovranno capirlo prima o poi, per una trama squisitamente orizzontale) a determinare il giudizio complessivo, visto che in questa gestione si annidano le maggiori difficoltà, ed è lì che i rischi sono notevoli.
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Iron Fist
valutazione generale
soddisfacente ma con rischi
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