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il vizio della speranza

Il vizio della speranza: la recensione dell’ultimo film di Edoardo De Angelis

Grande rivincita di Edoardo De Angelis con Il vizio della speranza, vincitore della 13a Festa del cinema di Roma. Un film crudo e poetico e magistralmente diretto. Il regista escluso dall’ultima edizione della festa di Venezia sembra aver pareggiato i conti con il direttore Alberto Barbera, che aveva prima snobbato la pellicola Indivisibili (che poi vinse 6 David di Donatello) è inspiegabilmente bocciato quest’ultima.

Il vizio della speranza: sinossi

il vizio della speranzaMaria vive in un borgo di pescatori a Castel Volturno dove aiuta un’anziana aguzzina nello sfruttamento della prostitute per la maternità surrogata e adozioni illegali. La protagonista vive un’esistenza squallida prendendosi cura della madre e della sorella, senza un barlume di speranza nè di felicità. Quando scopre di essere anche lei incinta, decide di portare avanti la gravidanza a rischio, aggrappandosi tenacemente alla speranza di una vita migliore.

Il vizio della speranza: le nostre impressioni

Ambientato a Castel Volturno tra case disabitate e discariche, il film è pieno di inquadrature evocative e virtuose che fanno contrasto con le ambientazioni luride di un villaggio balneare abbandonato. Scene girate al crepuscolo o all’alba, in un luogo-non-luogo dove è sempre inverno.

il vizio della speranzaIl regista di Perez (2014) e Indivisibili (2016), e definito da Emir Kusturica un “talento visionario”, si spinge con questo film ancora più addentro alla violenza di genere. Violenza ai danni delle donne, e qui perpetuata dalle stesse vittime. Un mondo al femminile dove le vicende  sono più raccapriccianti della violenza degli uomini: quella fisica, combattuta a colpi di mazzate e pistolettate. Ambientato in una darsena che non vede mai lo sbocco sul mare, tra esistenze senza futuro, De Angelis pianta il seme della speranza dentro questo terribile limbo. Notevole ancora una volta la fotografia, nuovamente affidata allo spagnolo Ferran Pareder Rubio, che aveva già collaborato con De Angelis in Indivisibili.

L’unica nota sensuale di queste madri-mancate è il cibo, elemento che “scalda il cuore” in questo film freddo e umido. De Angelis indugia in scene di patate fumanti preparate in cucine misere e consumate con gran gusto, anche nei momenti più drammatici. Trovate folli per una regia che – come ammette il De Angelis – “…vuole superare il limite e sperimentare nuove strade, per raccontare delle storie in maniera innovativa. La follia sembra un’innovazione, ma in realtà è un dovere.”

il vizio della speranzaNel cast anche Massimiliano Rossi, Cristina Donadio, Marcello Romolo, ma sprattutto la bravissima Marina Confalone il cui personaggio di Zi’Mari, madame ingioiellata e Boss eroinomane della darsena dove vive Maria, meriterebbe uno spin-off tutto suo.

Le musiche sono firmate dal musicista napoletano Enzo Avitabile che mescola tradizione e ritmi africani. Non solo canzoni ma anche momenti orchestrali accompagnano il pathos di ogni scena. Dalle inquadrature più evocative esasperate da cori lirici, e rap partenopeo con percussioni per la narrazione più drammatica.

Il vizio della speranza

valutazione globale - 8

8

Un crudo e poetico racconto di degrado e speranza

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Il vizio della speranza: giudizio in sintesi

il vizio della speranzaHo trovato affascinante il contrasto tra immagini poetiche e le ambientazioni raccapriccianti. Le inquadrature in piano americano che si allargano sulla bellissima Pina Turco tra fossi e discariche. Tanta grazia in mezzo a tanto degrado: un contrasto meraviglioso e orribile come l’intera vicenda. Mi è piaciuto infine l’inserimento di elementi che conducono la narrazione di eventi passati e presenti in un intreccio circolare senza uscita, come la giacca di Maria ricavata dalla copertina che l’avvolse da bambina o il cane sempre al suo seguito, che la rendono al contempo personaggio ed elemento narrativo.

La caratterizzazione dei personaggi che accenna alle loro vicende senza approfondirne i drammi credo sia una scelta stilistica più che una leggerezza. Trovo infatti non ci sia voyeurismo e neppure pietismo nella narrazione questa cruda realtà, e dunque il finale accomodante non guasta la premessa del titolo. Il vizio di sperare è un seme capace di crescere anche tra il lordume.

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