Quando uscì la notizia che tra i progetti futuri di Marco Bellocchio ci sarebbe stato anche un adattamento cinematografico del best seller di Massimo Gramellini Fai bei sogni, molti reagirono alla notizia con un misto di incredulità e timore. Cosa può spingere un regista come Bellocchio ad occuparsi di un testo rimasto nella classifica dei libri più venduti per oltre 50 settimane e apparentemente lontano dal mondo del regista di Buongiorno, notte? Lontano non tanto nella storia raccontata (in un certo qual modo speculare a quella messa in scena da lui nel 1965 ne I pugni in tasca) quanto nel suo essere diventato in poco tempo un libro da passaparola, un libro pop (nell’accezione di popolare) lui che si è sempre tenuto alla larga dalle mode.
La trama di Fai bei sogni

Retorica evitata a metà
Bellocchio cerca in ogni modo di evitare la retorica presente nel libro di Gramellini, costruendo un film incentrato sul lungo processo di elaborazione del lutto e di presa di coscienza da parte del protagonista (un buon Valerio Mastandrea che interpreta il Massimo adulto) dell’incapacità di provare quei sentimenti scomparsi alla tenera età di 9 anni con la morte della madre. Non sempre, però, ci riesce. Il tentativo di rendere autoriale un testo scritto con un linguaggio semplice, fluido e immediato cede nelle eccessive lungaggini che Bellocchio si concede. Due ore e un quarto di film sono troppe e qualche sforbiciata in fase di montaggio avrebbe sicuramente giovato sulla migliore riuscita del film.
Presenti i temi cari a Bellocchio

Scarso livello emotivo
Le parti migliori del film sono quelle iniziali e finali dove il rapporto tra Massimo e la madre si fa poesia. Purtroppo nella parte centrale la pellicola non riesce ad evitare certe scene didascaliche, piatte e noiose, trasmettendo allo spettatore in sala uno scarso livello emotivo dovuto anche ad una fotografia (di Daniele Ciprì) troppo cupa, confermando quei dubbi che un’operazione del genere affidata in mano a Marco Bellocchio poteva presentare.
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